Romano Pisciotti

“When my ship will no longer be the courage, pride and hope of a people … she will no longer have a flag.”

R.P.

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“Quando la mia nave non sarà più il coraggio, l’orgoglio e la speranza di un popolo…non avrà più bandiera.”

R.P.

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NAVE DA GUERRA

La funzione delle navi da guerra Nel XIX secolo si è definitivamente affermato il principio giuridico secondo cui le navi da guerra, essendo esclusivamente soggette alla giurisdizione dello Stato di bandiera, godono di completa immunità in alto mare e nelle acque territoriali straniere. Da quando è stata emanata la Dichiarazione di Parigi del 1856 sui principi della guerra marittima che ha proibito la guerra di corsaintesa come affidamento a navi private armate (ma munite di una autorizzazione governativa) di funzioni belliche, le navi da guerra costituiscono inoltre gli unici soggetti che hanno diritto di partecipare alle ostilità, quali legittimi combattenti nella guerra marittima.
Contemporaneamente si è consolidato il concetto secondo cui, come è stato efficacemente detto, le stesse navi da guerra «rappresentano la sovranità e l’indipendenza dello Stato di appartenenza in modo più perfetto di qualunque altro mezzo sul mare». Connesso a tale situazione giuridica ed ai discendenti poteri di jus imperii è il compito di vigilare sulla sicurezza dei traffici marittimi internazionali che nei secoli si è imposto quale attività primaria delle navi da guerra in tempo di pace, per garantire la regolarità dei traffici commerciali e, più in generale, la legalità internazionale e per contrastare fenomeni come la pirateria e la tratta degli schiavi. Questo ruolo delle navi da guerra può definirsi come polizia dell’alto mare o, secondo la terminologia anglosassone, Maritime Law Enforcement (MLE).
Funzione correlata è anche il compito di rappresentare l’autorità dello Stato nei confronti dei mercantili di bandiera per prevenire e reprimere eventuali illeciti da essi commessi in alto mare o in acque territoriali straniere.
L’ordinamento italiano prevede, a questo fine, che le navi da guerra nazionali esercitino, in questi spazi, funzioni di polizia marittima (art. 200 CN) e funzioni di polizia giudiziaria (art. 1235, n. 4) nei confronti dei mercantili di bandiera.
Quale strumento politicodiplomatico dello Stato nelle aree marittime di interesse al di là delle acque territoriali nazionali, le navi da guerra assolvono, da secoli, alla funzione di proteggere in alto mare, o a certe condizioni, nelle acque territoriali straniere, la vita ed i beni dei cittadini i quali siano oggetto di illegittimi atti di violenza posti in essere da paesi stranieri in tempo di pace. Il diritto di reagire con la forza a tali atti ha trovato col tempo la sua collocazione nell’ambito del principio giuridico della difesa legittima. Le navi da guerra sono infatti i soli organi dello Stato a potersi confrontare sul mare con Autorità di altri Paesi.
Rilevante è, al riguardo, la capacità delle navi da guerra di esercitare la forza in modo limitato, cioè a dire, strettamente commisurato alle esigenze sulla base dei criteri della necessità, gradualità e proporzionalità. La soggettività di diritto internazionale delle navi da guerra le abilita inoltre, sul piano politico-diplomatico, a rappresentare lo Stato in situazioni che possono costituire un casus belli, sfociando in una crisi internazionale.
Esclusivo delle navi da guerra, e storicamente affermato come funzione di diplomazia flessibile ed efficace, è anche il compito di far valere i diritti e gli interessi della Nazione in aree che siano oggetto di pretese contrastanti di altri Stati che intendano esercitare giurisdizione territoriale o diritti sovrani di sfruttamento. La storia è ricca di esempi in proposito: basti pensare alle secolari contese per l’esercizio di diritti di pesca o alle operazioni navali per contrastare le pretese di alcuni Stati intese a limitare la libertà di navigazione. In definitiva, le navi da guerra ricoprono un ruolo, nell’ambito del teatro marittimo, che è ad un tempo esclusivo e polivalente, la cui essenza può sintetizzarsi, come è stato detto, in Diritto, Forza e Diplomazia.

La nozione giuridica di nave da guerra nel diritto internazionale
Di pari passo con lo sviluppo dei principi regolanti la condizione giuridica di extraterritorialità delle navi da guerra, e quindi del loro ruolo di unici soggetti aventi diritto a partecipare alle operazioni di guerra marittima, si è avuta nell’ordinamento internazionale la definizione della nozione giuridica di nave da guerra. I principi basilari sono stati posti nella VII Convenzione dell’Aja del 1907, concernente la trasformazione della navi mercantili in navi da guerra che individua gli elementi distintivi della categoria nei seguenti requisiti:

sottoposizione al controllo diretto ed alla responsabilità dello Stato;
segni distintivi esteriori che distinguono le navi da guerra della rispettiva nazionalità;
esistenza di un comandante debitamente autorizzato il cui nome figuri nell’elenco degli ufficiali della Marina;
sottoposizione dell’equipaggio alla disciplina militare. In modo analogo la I Convenzione di Ginevra del 1958 stabiliva la relativa nozione, prevedendo che dovesse trattarsi di una «nave che appartenga alle forze navali di uno Stato, porti i segni distintivi esteriori adottati per le navi da guerra della sua nazionalità, sia posta sotto il comando di un ufficiale debitamente incaricato dal Governo ed il cui nome è iscritto nell’elenco degli ufficiali della marina da guerra, abbia un equipaggio soggetto alla disciplina delle Forze armate regolari» (Ginevra, I, 8,2).

La situazione è in parte cambiata a seguito dell’entrata in vigore della Convenzione del Diritto del Mare del 1982 che, pur confermando la distinzione in precedenza vigente tra navi da guerra e navi in servizio governativo , ha apportato significativi mutamenti. L’art. 29 della Convenzione medesima, benché continui a non richiedere come le norme precedenti che una nave da guerra, per essere tale debba essere armata, ha ora previsto, nel suo testo in lingua inglese,che essa «appartenga alle Forze Armate, porti i segni esterni che distinguono tali navi della sua nazionalità, sia posta al comando di un ufficiale debitamente autorizzato dal Governo dello Stato e il cui nome appaia nell’appropriato ruolo di servizio o suo equivalente, abbia un equipaggio soggetto alla disciplina delle Forze armate regolari». Pertanto, non viene più fatto riferimento né all’appartenenza alle forze navali (naval forces) né all’iscrizione del comandante nell’elenco degli ufficiali della Marina da guerra (Navy list).
Per converso, il testo francese(facente egualmente fede come quello inglese) usa la formula più restrittiva «al comando di un ufficiale di Marina» (qui est pacè sous le commandement d’oun officier de marine).
Peraltro il testo italiano della stessa Convenzione (riportato in traduzione non ufficiale in allegato alla legge di ratifica 2 dicembre 1994 n. 689) adotta l’espressione «posta al comando di ufficiale di Marina» in simmetria con il testo francese.
Il richiamo all’appartenenza della nave da guerra alle Forze armate sarebbe stato introdotto «per tenere conto dell’integrazione delle differenti branche delle Forze armate dei vari Paesi, dell’utilizzazione di imbarcazioni da parte dell’Esercito e dell’Aeronautica e dell’esistenza di una Guardia Costiera come unità separata delle Forze armate di uno Stato».
Non tutte le unità che fanno parte delle Forze armate e battono quindi bandiera militare possono però considerarsi di per sé «da guerra» ai fini del possesso delle relative prerogative e dei relativi poteri. È necessario infatti accertare, a questo scopo, caso per caso, quella che è la volontà dello stato di bandiera circa l’attribuzione della qualifica a proprie unità militari.
La manifestazione di questa volontà assume diverse forme e si esplicita in atti interni. All’esterno, nei rapporti con gli altri Stati, vengono anzitutto in rilievo i segni di riconoscimento che distinguono le navi da guerra», primi tra tutti la bandiera navale ed i distintivi ottici di riconoscimento (visual call sign», secondo la fraseologia NATO, o «pendant» secondo la terminologia anglosassone). Tra questi segni può anche comprendersi quel particolare appellativo che precede la denominazione dell’unità, come United States Ship (USS) adoperato negli Stati Uniti o Her Majesty’s Ship (HMS) in uso in Gran Bretagna.

Nozione di nave da guerra secondo l’ordinamento italiano
L’ordinamento italiano contiene disposizioni che configurano la nave da guerra nazionale come soggetto di poteri e prerogative. Quanto alla definizione di nave da guerra le uniche norme che se ne occupano (oltre all’art. 2 del RD 2423/1933 sul transito e soggiorno nelle acque territoriali italiane che vale esclusivamente ai fini della qualificazione delle Unità straniere) sono gli artt. 133 e 134 della legge di guerra italiana (RD 8 luglio 1938, n. 1415) i quali stabiscono che:

le navi da guerra sono le uniche che possono compiere operazioni belliche, comprese la visita e la cattura (il principio recepisce la disciplina delle nome sulla guerra marittima contenuta nelle Convenzioni dell’Aja del 1907 e nella Dichiarazione di Londra del 1909);
sono navi da guerra quelle comandate ed equipaggiate da personale militare o mili – tarizzato, iscritte nelle liste del naviglio da guerra, e che legittimino la propria qualità mediante i segni distintivi adottati, a questo fine, dallo Stato al quale appartengono (art. 133 della Legge di Guerra);
sono considerate navi da guerra i mercantili trasformati quando si verifichino le condizioni di cui alla VIII Convenzione dell’Aja del 1907. Sembrerebbe potersi sostenere in prima approssimazione che la definizione di nave da guerra, codificata nel suindicato art. 132 della legge di guerra italiana del 1938, sia stata superata dall’art. 29 della Convenzione del 1982 che prevede l’appartenenza della nave alle Forze armate.
Tale norma sarebbe infatti applicabile nell’ordinamento italiano a seguito del suo recepimento con la legge di ratifica 2 dicembre 1994 n. 689. Il punto è, però, che la norma internazionale, quand’anche recepita nell’ordinamento dello Stato, deve essere applicata secondo i principi vigenti in detto ordinamento sulla base del criterio di specialità.
Da questo punto di vista l’unica norma applicabile in Italia continuerebbe a essere il suindicato art. 133 che è improntato a un principio la cui validità è incontestabile: possono essere navi da guerra, aventi come tali titolo a condurre le operazioni belliche sul mare, quelle comandate da personale militare (che come tale non deve necessariamente la Marina Militare), quando a ciò dedicate a seguito dell’iscrizione nelle liste del naviglio da guerra.
Presupposto di ciò è che ogni Stato ha diritto di attribuire la qualifica di nave da guerra, in applicazione delle Convenzioni vigenti, alle unità a tal fine prescelte in modo da presentarsi all’esterno, nei rapporti con gli altri Stati, con navi sottoposte a comando e controllo di un’unica organizzazioneIl suindicato art. 133, peraltro, stabilisce il requisito dell’iscrizione delle Unità in questione nelle liste del naviglio da guerra con ciò significando l’appartenenza alle «Forze navali armate» della Marina Militare di cui agli artt. 2 e 3 della L. 8 luglio 1926, n. 1178 sull’ordinamento della Marina.
Attualmente si può ritenere che, a certe condizioni (nave comandata da ufficiale), il «Quadro del naviglio militare dello Stato» comprenda sicuramente tutte le navi componenti le Forze navali della Marina Militare che, all’occorrenza, sarebbero iscritte nelle liste dal «naviglio da guerra».
Quanto alle unità del naviglio del Corpo delle capitanerie-Guardia Costiera, del Corpo della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri, esse sono iscritte non nel predetto «Quadro del naviglio militare dello Stato» ma in ruoli separati denominati «Ruoli speciali del naviglio militare dello Stato», in base al DPR 31.12.1973, n. 1199 e al Decreto Interministeriale del 18.8.1978.
Nessun dubbio che le stesse navi, le quali, secondo la predetta normativa sono alle dipendenze organiche e operative dei rispettivi comandi, potrebbero all’occorrenza far parte delle «liste del naviglio da guerra». Conseguenza di ciò dovrebbe tuttavia essere la loro sottoposizione al controllo operativo della Marina Militare.
Si potrebbe sostenere, a questo punto, che quanto sopra detto vale solo in situazione di conflitto armato, dovendosi invece applicare, in tempo di pace, la normativa della Convenzione del 1982 che prevede una «pluralità» di navi da guerra nell’ambito delle Forze Armate.
Il problema dell’unicità dell’organismo cui appartengono le navi da guerra di un Paese si presenta, invece, anche in tempo di pace. Basti pensare, per esempio, alle operazioni di embargo sotto egida ONU che sono condotte da forze navali appartenenti alle marine da guerra di vari Paesi (a tali operazioni è difatti applicabile il diritto bellico marittimo com’è stato riaffermato nell’ambito del «Manuale di S. Remo relativo ai conflitti armati sul mare» pubblicato nel 1994 a opera del Comitato Internazionale della Croce Rossa).
Anche in situazioni che non si configurino come crisi internazionali la questione assume rilievo dal punto di vista politico-diplomatico nei confronti degli Stati terzi, in quanto sarebbe estremamente pericoloso affidare a navi che non siano sotto il controllo della Marina Militare compiti di difesa dei diritti e degli interessi nazionali: il rischio sarebbe, oltre alla sovrapposizione dei ruoli ed allo spreco di risorse, il frammentare l’azione dello Stato in ambito internazionale in più settori di intervento che agiscano autonomamente, adottando comportamenti difformi ed esponendo il Paese a possibili contestazioni di Stati terzi.
Ciò avviene, per esempio, allorquando si verificano, in zone limitrofe alle acque territoriali straniere, casi di intervento di unità straniere che fanno un uso eccessivo e spregiudicato della forza nei confronti di pescherecci italiani che abbiano violato il divieto di pesca. In definitiva, volendo sintetizzare le argomentazioni sin qui esposte, può affermarsi che:

la nozione «allargata» di nave da guerra prevista dall’art. 29 della Convenzione del Diritto del mare del 1982, a prescindere dalla questione se sia o meno prevalente il testo francese dello stesso articolo rispetto a quello inglese, non sembra applicabile di per sé nell’ordinamento italiano nel senso che non esistono, nell’ambito delle FF.AA., navi da guerra che fanno autonomamente capo a organismi differenti dalla Marina Militare;
è vero piuttosto che continua a valere il principio, codificato nell’art. 133 della Legge di guerra, secondo cui è possibile che unità militari di vario genere siano considerate come navi da guerra; è necessario, però, che le stesse siano iscritte nelle liste del naviglio da guerra tenute dalla Marina Militare. Il che postula, quanto meno, la loro sottoposizione al controllo operativo della Forza armata;
l’esigenza che le navi da guerra facciano capo alla Marina Militare deriva dalla necessità che l’azione dello Stato sul mare in campo internazionale, sia in tempo di pace che in situazioni di crisi e, ovviamente, in periodo di conflitto armato, venga svolta in modo coordinato e omogeneo.

In Italia la Cassazione ha comunque deliberato che ogni natante della Guardia di Finanza è NAVE DA GUERRA

Presentato da Romano Pisciotti

MASERATI, moon landing

50 years ago, mankind leapt towards the future: That same year, the Maserati Ghibli SS touched land with its powerful, sleek and contemporary features…a true rarity at the time.

50 anni fa, l’umanità balzò verso il futuro: nello stesso anno, la Maserati Ghibli SS toccò terra con le sue caratteristiche potenti, eleganti e contemporanee … una vera rarità all’epoca.

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The rejection of the real world

More and more teenagers living in a room, and they have no contact with the outside world, with the exception of the network.

Age is the critical age, adolescence. Which very often walks side by side with the rejection of conventions, hatred for the adult world, the rejection of growth. Facing the border between the age of responsibility and childhood, there are no longer just a few boys who refuse to move even one step. And not being able to go back – it’s life, it works like this – they choose a small private universe, a bedroom, four walls. That is the only world they are willing to accept.

It is a fact: the Internet is a wonderful place to go. A magical place, where everyone can create a life in life. An existence like those that we cannot have, molded on our dreams, on our realities. Hence the isolation is born. They are not crippling diseases, allergies, physical impediments to closing hikikomori teenagers in their rooms. They are the house arrest of a life that does not include them. That does not include these guys, so much that they push them to give up everything. A hug, a breath of air, a landscape.

Presented by Romano Pisciotti

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Romano Pisciotti

UN MONDO DIFFICILE

Me cago en el amor (in Italia nota come È un mondo difficile) è un brano musicale del cantautore spagnolo Antonio de la Cuesta, meglio noto come Tonino Carotone.

Primo brano con il quale si è fatto conoscere ed ha ottenuto successo proprio in Italia. Nonostante si usi spesso una parte ricorrente del brano, per l’esattezza la prima, per descrivere il malessere della società attuale, questa canzone parla d’amore.

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Romano Pisciotti

Mafia “solidale”

Io vivo in Nigeria e sono sicuro che nessun Nigeriano, con 4.000 dollari in tasca, voglia lasciare definitivamente il proprio Paese.

Sino a qualche anno fa, i villaggi Nigeriani si autotassavano per mandare a studiare all’estero qualche giovane, con l’impegno di tornare e di dividere con il villaggio gli utili ricavati dal futuro lavoro d’ingegnere, medico, ecc…. Questi erano i veri migranti!!! Studenti che hanno frequentato anche le nostre Università, alcuni di loro hanno vinto borse di studio e, poi, hanno trovato lavoro in Italia o in patria.

Diversa è la storia dei clandestini provenienti dal Sub Sahara: per attraversare il deserto, nel tentativo di raggiungere la Libia, occorrono mezzi e organizzazione di tutto rispetto, oltre che la compiacenza di qualche funzionario corrotto; organizzazioni del malaffare possono mettere a disposizione tutto l’occorrente.

Forse, sino a pochi anni fa, qualche giovane poteva essere incantato dal miraggio europeo, da qualche tempo le televisioni dei paesi Africani scoraggiano questo tipo d’avventura e proponendo le immagini delle difficoltà dei viaggi clandestini già trasmesse dai media europei, naufragi e morti inclusi.

Se nessun sano di mente affronta più questi viaggi che non hanno nulla a che vedere con guerre e rivoluzioni, rimangono solo due categorie di clandestini: i forzati e i soldati…della mafia; famiglie ricattate dai trafficanti d’uomini o giovani già affiliati a qualche clan malavitoso. Tenere aperta l’autostrada del mare, è sempre e comunque, favorire questo traffico illegale, se non addirittura vergognoso! Senza una via si limitano o s’interrompono i viaggi clandestini.

La mafia ha bisogno di confini aperti e di governi tolleranti per potersi espandere come un cancro. La mafia è disposta a venire a patti con tutti, quando addirittura non sono gli Stati o varie organizzazioni private, che per scopi politici o di lucro, si alleano con essa.

Le “pressioni migratorie” servono alla malavita per ogni tipo di nefandezza: prostituzione, spaccio, manodopera a basso costo e persino traffico di organi; servono all’incontrollato sistema “liberalista” per creare un futuro mercato unico di masse globalizzate; servono alla fantafinanza e alla politica, per creare occasioni di tensione e scontro; sembrano servire alla Chiesa, per affermare un ruolo; servono ai Governi africani, interessati al motto “aiutiamoli a casa loro!”

La contrapposizione “buonisti” e “sovranisti” alimenta voti per entrambe gli schieramenti, essendo diventato il nuovo tema delle battaglie elettorali; qualcuno spera anche in facili cittadinanze per crearsi un futuro serbatoio di voti.

Ingenui buonisti o bastardi in malafede, raccolgono soldi per oliare questo “sistema” assurdo e si acclamano azioni illegali per attaccare leggi e Governi. Si potrebbe affermare che, se un tempo, la guerra era l’estensione della diplomazia, oggi, il sostegno all’immigrazione incontrollata, è la nuova arma estrema di ricatto anche tra Stati: una guerra non combattuta che crea vittime, falsi eroi… fatturati.

Ultima cosa: con 3.000 dollari in tasca e un biglietto aereo pagato (…all’incirca il costo di ogni singolo viaggio sostenuto dai trafficanti), un Nigeriano può ottenere un visto regolare, ma a quel punto diventerebbe rintracciabile e rispendibile al mittente… questo alla mafia, nostrana o nigeriana, non piace!

Se l’immissione di giovani, realmente, servisse ai paesi che stanno invecchiando o alle aziende bisognose di manodopera (…da rispettare e pagare), non mancherebbero i modi per favorire l’immigrazione regolare; non mancherebbero i modi per l’integrazione di persone che dimostrino la volontà d’integrarsi. Ora, i clandestini sembrano le armi di nuove guerre o per la destabilizzazione di equilibri secolari.

L’Italia è stata nazione di emigranti, forse qualche mela marcia l’abbiamo esportata anche noi…nulla a confronto di milioni di persone che hanno pagato un regolare biglietto, hanno sgobbato e si sono integrate (rispettando le leggi) in Europa e nel resto del mondo.

 I paesi africani hanno bisogno di cultura, investimenti e tecnologia… quelli più poveri hanno bisogno di acqua e farina, i veri sconfitti saranno, nuovamente, questi ultimi.

 

 Romano Pisciotti

 

 

La Germania è un paese democratico?

Quella tedesca è una società nella quale si dà molta importanza all’obbedienza e all’accettazione delle regole, è la società nella quale il capo ha sempre ragione e ciò che prevede la legge è sempre giusto, al di là di ogni considerazione etica o morale. È la società che spinge tutti a fare la spia, ma nella quale gli spioni non esistono, bensì solo cittadini dotati di senso civico. In cambio lo Stato si occupa con zelo dei suoi cittadini. Li aiuta economicamente e distribuisce sussidi per i motivi più disparati. Lo Stato aiuta in tutto e controlla tutto, anche l’educazione che viene impartita ai bambini. Per questo in Germania, unico paese dell’Unione europea, la scuola parentale o homeschooling è categoricamente vietata, proprio perché lo Stato deve poter controllare il tipo di educazione impartita.

I media continuano a presentarci la Germania come l’Eldorado e ci invitano a partire e a recarci proprio là. Quando si racconta ciò che avviene veramente in Germania, non si viene creduti, perché il lato oscuro è ben celato e lo si scopre solo quando è troppo tardi.

Anche di fronte all’evidenza (per es. una traduzione falsificata), i funzionari (ma anche i cittadini) dei nostri paesi non riescono a capacitarsi del fatto che in Germania possano verificarsi scenari di manipolazione e corruzione che assomigliano molti a quelli di tipo mafioso e dunque si presume siano sconosciuti in Germania.

Anche la CEDU, la Corte europea per i diritti umani, è sotto controllo tedesco: la ricevibilità dei ricorsi è stabilita da un giudice monocratico (un solo giudice) che conosce bene il diritto del paese contestato (quindi è austriaco, svizzero tedesco o di un paese dell’est. 

In sintesi, tutto ciò che avviene sotto giurisdizione tedesca non è contestabile. I giuristi tedeschi nascondono bene – direi perfettamente – ciò che stanno facendo per il loro governo. 

Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
Responsabile dello « Sportello Jugendamt » dell’associazione C.S.IN. Onlus
Membro dell’associazione Enfants otages

 

 Commento di Romano Pisciotti:

la Germania può violare ogni trattato e creare discrimini tra cittadini tedeschi e cittadini…europei.

L’Unione Europea afferma, ma non difende, il discrimine tra cittadini europei; la supremazia tedesca in Europa schiaccia la democrazia.

L’elemento essenziale è che la Germania si sente chiamata dalla volontà divina, nascosta sotto le sembianze del mercato, ad avere una supremazia  nei confronti degli altri paesi.