La guerra giusta

La guerra ha sempre avuto legami profondi col sacro perché entrambi toccano qualcosa di molto profondo nell’uomo: l’esperienza della morte, uno degli elementi più radicati nell’esistenza umana. La guerra è morte o rischio costante di morte.
Caratteristica delle religioni tradizionali è proprio di aver ancorato la guerra a una dimensione spirituale, alla sfera del sacro. Per tutte le società organizzate anche su una base religiosa e solidali con i propri dei, in pratica quasi tutte, la guerra coinvolge radicalmente i rapporti con il divino. Da sempre nella storia gli dei non possono rimanere indifferenti alle guerre dei loro popoli.

Le religioni tradizionali considerano la guerra parte integrante della natura umana e quindi come inestirpabile. Gli dei monoteisti sono spesso il “Dominus Sabaoth”, il “Dio degli Eser- citi”. Le religioni politeiste hanno uno o più dei appositamente preposti alla guerra.

Nel mondo greco sono assodate la naturalità e la normalità del “pòlemos”. Dice Eraclito: “È necessario sapere che la guerra è comune a tutte le cose e che la giustizia è conflitto e che tutto accade secondo contesa, come si conviene ed è giusto”.

Le madri e le mogli dicono ai figli e ai mariti di tornare con il loro scudo o sopra di esso.

Per i romani, convinti della loro superiorità “naturale”, ogni guerra è giusta se si rispettano determinate formalità giuridiche o religiose.

tre La guerra giusta Romano Pisciotti

 

Anche per l’Islam la guerra è del tutto un “non problema”. Ovviamente nel Corano vi sono anche parti riferite alla pace e alla temperanza. Ma di certo nessuno mai si è sognato in questo contesto religioso di aprire sulla guerra giusta o non giusta un dibattito come quello svoltosi nel cristia- nesimo.

Per Agostino (354-430) ogni società cerca la pace e se muove alla guerra lo fa per amore della pace, che è “tranquillità nell’ordine”, “ordo naturalis” voluto da Dio. Nel 398 ca., nel “Contra Faustum manichaeum”, Agostino difende il Vecchio Testamento, che i manichei considerano superato, e la polemica lo porta a parlare di guerra e di uso della forza a fini legittimi. Nelle sue opere, come la “Città di Dio” e altre, non si articola una vera e propria dottrina sul bellum iustum e tuttavia le sue affermazioni costituiscono una base essenziale per le dottrine della Chiesa in materia. Nel trattato anti-donatista del 400 “Contra epistulam Parmeniani”, Agostino afferma la facoltà di punire con la forza non soltanto i pagani, vendicando così il “crimen ido- latriae”, ma anche gli scismatici e gli eretici. Il “dissenso degli empi” è un crimine e va perse- guito con “regia diligenza”. Si giustifica in questi casi la violenza, che deve indurre al “timore”, visto come mezzo di coercizione e rieducazione.

Nei testi induisti, ad esempio nel Bhagavad-Gita, la guerra è considerata inevitabile. Krishna dice ad Arjuna, che esita a combattere: “Se, abbandonandoti alla vanità, pensi ‘Non voglio combattere’, il tuo proposito è vano. La natura stessa ti costringerà. Ciò che, in un momento di smarrimento, non hai intenzione di fare, lo farai ugualmente, anche contro la tua volontà, legato dalle tue stesse azioni scaturite dalla tua natura”.

L’ebraismo non ha mai avuto difficoltà con la nozione di guerra. La guerra per l’ebraismo è sempre stata un “non problema”. Il Dio degli ebrei è sempre stato un Dio di guerra e il “popolo eletto” si è forgiato nelle guerre combattute sotto la guida di questo Dio bellicoso.

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Presentato da Romano Pisciotti

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http://files.caffe-filosofico.webnode.it/200000057-2c8312fcad/Bellum%20iustum.pdf