Passato…presente

L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l’occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.


Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimoquarto del nostro pontificato.

 LEONE PP. XIII

RERUM NOVARUM
LETTERA ENCICLICA DI
S.S. LEONE XIII

Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

(Presentata da Romano Pisciotti)

 

ABUSO DELLA TECNOLOGIA

«Ci avete tolto la magia di una foto, la poesia di una lettera, la calligrafia, l’odore d’un libro, il ritaglio di un giornale, il “ci vediamo alle otto in piazza”, il negozietto di alimentari sotto casa, le infinite chiacchierate in una cabina, i baci su una panchina, la paura che rispondesse il padre al telefono fisso, il diario segreto, il pallone nel cortile, l’attesa del rewind, la dedica alla radio, l’impaccio nel ballare un lento, i giochi di società, la comunicazione. Quando la tecnologia avrà seppellito anche l’ultimo sussulto relazionale, avrete completato l’opera inarrestabile di desertificazione emotiva perché allora, e solo allora, ci avrete reso animali urbani, sempre più vicini, eppur così lontani.»
(Michelangelo Da Pisa)

L’animale uomo è la specie vivente maggiormente minacciata, oggi, di trasformarsi in una creatura totalmente artificiale. Una volta imboccata quella china, è difficile immaginare dove egli andrà a finire. Probabilmente, diventerà una mera appendice delle macchine “intelligenti” da lui stesso costruite: cosa che, in effetti, sta già accadendo, sotto i nostri occhi, senza che riusciamo a cogliere la vera dimensione del fenomeno, e tutte le sue possibili implicazioni.

È questo il futuro che desideriamo veramente, per noi e, soprattutto, per i nostri figli? Forse è già troppo tardi per fare qualcosa, per tornare indietro, per reimpostare in un senso più ragionevole la nostra aspirazione al progresso; e tuttavia, una volta compresa la gravità del pericolo, se l’uomo non tentasse, quanto meno, di correggere la deriva disastrosa che lo sta trascinando via con sé, per l’abuso della tecnologia, dimostrerebbe, con ciò stesso, di non essere più “uomo”, nel senso che, per migliaia di anni, si è dato a questa parola.

(Francesco Lamendola)

%name ABUSO DELLA TECNOLOGIA Romano Pisciotti
Illustration Art by Davide Bonazzi
presentato da Romano Pisciotti

GUERRA O GAS?

Oggi, sembriamo aver scoperto la guerra, come se le decine di conflitti sanguinosi che hanno accompagnato la generazione del boom economico, o le morti e le distruzioni che anche la generazione Z ha visto, non ci avessero mai toccato.

La minaccia nucleare è sempre stata presente, dovremmo rinfrescarci la memoria andando a leggere i giornali, non i documenti segreti, degli ultimi sessant’anni. Forse, a un certo punto, abbiamo pensato che gli ordigni atomici fossero solo materiali per la cinematografia. Abbiamo confuso la globalizzazione con la pace, ignorando che il libero mercato è solo una questione finanziaria ed economica…peccato che non tutti si approvvigionino allo stesso bancomat e non tutti siano vassalli dello stesso impero: lo scontro era inevitabile e non completamente inaspettato, almeno per chi governa le sorti del mondo.

La guerra è tornata, anzi, non ci ha mai abbandonato! Questo conflitto che ci affligge, simultaneo a molti altri che sono stati ignorati, ha di diverso il nostro impegno aperto con quello dei nostri alleati: non abbiamo mandato il solito drappello di soldati in qualche punto quasi sconosciuto del Pianeta, ma ci siamo schierati come mai era successo nella storia recente, ovviamente senza combattere, per ora, ma rischiando di mandare a combattere tutto l’esercito, richiamati inclusi.

Non è la prima volta che scrivo di mia nonna Martina, una donna eccezionale che ha diviso con me un lungo percorso di vita…è scomparsa nel 2000, quasi centenaria.
Lei ha vissuto la prima guerra mondiale, la seconda, la guerra fredda e il crollo del muro di Berlino…spesso le sue battute, in dialetto meneghino, hanno dimostrato la sua fibra da caporalmaggiore e sono state piccoli esempi di filosofia popolare, anche per questo la ricordo spesso.

La minaccia nucleare esisteva ed esiste…da ragazzo ne ero preoccupato, come lo eravamo tutti, esattamente come lo siamo ora.

…Stavo pranzando a casa della nonna quando al telegiornale, quello ancora in bianco e nero, l’ingessato lettore delle notizie iniziò a parlare di tensioni tra i due blocchi…oggi la televisione è a colori, ma non sono cambiate le notizie. Nonna mi trattava come un ometto e commentammo insieme quelle notizie. Io dissi, citando l’opinione comune, che un conflitto nucleare avrebbe cancellato l’umanità; la risposta di mia nonna non so dirvi se fugò le mie paure o ne riaccese altre, ma non fui in grado di controbattere, oggi ci sto ripensando e condivido con voi la battuta ( traducendola dal dialetto milanese):

“Durante la Grande Guerra tutti avevano paura dei gas e si pensava che, se i tedeschi ne avessero fatto un uso massiccio, non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Abbiamo superato la prima e la seconda guerra mondiale…e sono ancora qui!”

All’inizio del secolo scorso, nell’immaginario della gente, i micidiali gas costituivano l’arma atroce e definitiva…abbiamo, poi, conosciuto la potenza distruttiva dell’uso criminale dell’atomo: per noi, oggi, la bomba atomica è l’arma definitiva.
Forse, la nonna, ne aveva viste talmente tante da pensare che nulla potesse fermare il mondo. Forse il suo ottimismo superava ogni brutalità umana! Nella sua frase, ci vedo oggi, l’impotenza della gente davanti alle decisioni di chi ha il potere e una certa accettazione che la storia si continuerà a replicare in vinti e vincitori, in vittime e sopravvissuti. Possiamo leggere anche una speranza: nella pur diabolica dinamica della guerra, esiste un limite…anche se non si è fatto molto nella storia, come nei giorni nostri, per fermare i conflitti, speriamo che esista ancora un briciolo di coscienza che possa porre un limite.

Rimane però il dubbio se nella Grande Guerra l’Europa non sia stata gassata totalmente solo per mancanza di gas!
Anche oggi, uno dei protagonisti è il gas, ma questa volta speriamo che ce ne sia tanto, per stare tranquilli…e lo stiamo cercando dappertutto.

Purtroppo non posso più chiedere alla nonna la sua opinione, ma ho paura che anche lei capirebbe che la ricerca della certezza energetica potrebbe non essere per far funzionare i condizionatori, ma sia la scusa per prepararci a menar le mani.

Romano PIsciotti

Il viaggio di Ursula e il viaggio dell’Europa

Ci siamo “armati” di diritti civili con tanti altri buoni propositi e…illusioni: “Occorre limitare le importazioni dai paesi autocratici”, peccato che la democrazia faccia difetto in tutto il globo. Limiteremo gli scambi commerciali con la Russia, forse pensando che Arabia Saudita, Cina, India, Brasile, Egitto e tutti i paesi africani siano paradisi di libertà.

Contando le teste, si può ben dire che quasi la metà del mondo si sveglia pensando a come mettere insieme il pranzo con la cena, mentre per una larga parte dell’umanità, il solo pranzo è già un problema. Contando le teste, il fabbisogno di materie prime, grano compreso, è la catena al piede per molto più della metà del mondo! Contando le teste, troppe di loro non conoscono la democrazia e sono più interessate al pane.

Paesi che esportano petrolio devono importare grano e quasi tutti i prodotti alimentari; ci sono paesi che hanno bisogno di petrolio, grano e acqua, riuscendo a coltivare solo la miseria; ci sono paesi che importano quasi tutte le materie prime e hanno bisogno di esportare ciò che producono, per coltivare il loro benessere.
Morale della favola: i flussi commerciali non possono fermarsi, come non si potrà fare un distinguo tra paesi democratici e autocratici.

L’idea di esportare democrazia con i bombardieri, oltre ad essere un tragico controsenso, non può essere una via percorribile.
La globalizzazione ha solo spostato ricchezze e povertà, lasciando quasi invariata la somma, spesso creando solo degli ologrammi di libertà e benessere o innescando appetiti e illusioni…alcune pericolose. Dunque, neppure questa è la via.
Il chiaro fallimento di queste “vie”, voglio sperare che non porti alla terza strada: la guerra mondiale!

Sfidare il potenziale nemico non è un buon sistema per cercare la pace: minacciare o tacere non sono, certo, il modo di porsi, ma sanguinare per sanzioni a doppio taglio e, contemporaneamente, mostrare i muscoli flaccidi, rende ancor più paradossale la politica. Non sono soluzioni, ma espedienti, le armi sottobanco, la minaccia di surreali tribunali. Neppure è intelligente l’alleanza, senza se e senza ma, con chi sta combattendo una guerra a distanza per il predominio imperiale, più che per la libertà dell’Ucraina…forse qualche se o ma dovremmo dirlo.

L’Europa, unita nei dibattiti e ancora troppo divisa negli interessi, non può comunque tacere, non può essere indifferente a una guerra sotto casa, ma scegliere un campo non può portare alla pace, forse, porterà solo al coinvolgimento diretto nella guerra sul terreno e nei cieli che, palesemente, non siamo in grado di combattere: onestamente, aldilà dei pochi militari professionisti, pensiamo veramente di avere armi ed eserciti adeguati? Anche se così fosse, veramente crediamo che la possibile distruzione totale possa essere la soluzione?

Il Pianeta non è piatto, venti e correnti scivolano sulla sua pelle e nelle sue vene, come i prodotti della terra dovrebbero scorrere in base ai bisogni, senza confini e dazi, ma questa visione è l’utopia che ci hanno venduto per mascherare commerci e sistemi finanziari scellerati: la global economy! Ora rischiamo lo scempio finale: la guerra…solo perché le diplomazie non hanno il coraggio di ammettere il fallimento dell’utopia, non vogliono ammettere che da anni, i nostri alleati, stavano armando l’Ucraina e che da anni si stavano usando le aspirazioni, sacrosante, di un popolo per preparare lo scontro tra imperi. Tutti noi non abbiamo il coraggio di ammettere che, anche a casa nostra, i diritti sbandierati sono stati, e sono, troppo spesso lo zucchero per il solo consenso elettorale e, ora, ci vestiamo della bandiera arcobaleno.

Forse, la strada è rispettare il nostro vicino: con il tempo, come nella Vecchia Europa, i diritti cresceranno anche nell’orto del vicino, insieme al benessere… e a un poco di democrazia, di cui nessuno è campione!
Le differenze economiche e politiche si appianano con l’esempio e il progresso: processo lungo ma sicuro. In quanti secoli abbiamo costruito il nostro benessere, tra tempi bui e splendide rinascite? Oggi il mondo corre più veloce e non ci vorranno secoli per altri passi avanti dell’Umanità, ma dobbiamo cominciare, mostrando ciò che abbiamo acquisito, senza mordere nessuno.
Se, veramente, miriamo a una più equa distribuzione del benessere, con lo scambio pacifico dei beni naturali e industriali, non possiamo limitarci ad affrontare i problemi dividendo l’Umanità in buoni e cattivi, in aggressori e aggrediti: lasceremo terreno solo per i lupi.
Pur essendo mostruosamente triste vedere le lacrime di madri, non dimentichiamoci di quante lacrime siamo stati responsabili e quante lacrime abbiamo pianto, dunque, smettiamo la strafottente e boriosa idea d’essere i migliori, o di pensare d’essere con i migliori: troviamo il coraggio di abbandonare il pregiudizio o il ricatto, andiamo a Mosca e a Washington.
Cara signora Ursula, consolare le madri è doveroso, ma affrontare il problema è necessario!…A Kiev non c’è la soluzione.
Se, come credo, l’Europa ha qualche cosa da dire e può fare qualche cosa per il mondo, che lo dica senza belare, che lo faccia senza paura.
Non basta confezionare discorsi pomposi, occorre trattare, dimostrando di aver voglia di farlo, mediare offrendo e chiedendo. Se un buon compromesso deve lasciare tutti, almeno in parte, soddisfatti…l’Europa che cosa è disposta a concedere e a chiedere a entrambi i contendenti?

La partita non si gioca in Ucraina, ma su tutto il continente, forse su tutto il mondo: dovremmo smettere di chiedere a Cina e India da che parte vogliano schierarsi, ci si schiera in guerra ed è quello che vorremmo evitare; dovremmo chiedere, invece, cosa siano pronte a fare per fermare questo scempio e attivare i flussi commerciali di un’economia sostenibile. Naturalmente, dovremo chiederlo, prima che ad altri, a Vladimir e a Joe…e chi è senza peccato, scagli il primo missile nucleare.

Romano Pisciotti

NON SOLO UCRAINA

Quanti conflitti armati ci sono ancora nel mondo? A 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa (l’8 maggio 2020 è stato l’anniversario del Victory In Europe Day), in tutto il mondo decine di conflitti armati continuano a mietere vittime in tutto il mondo. Ecco una lista, in ordine alfabetico, dei principali:

https://www.documentazione.info/conflitti-attualmente-in-corso-nel-mondo

 

PRESENTATO DA ROMANO PISCIOTTI

L’economia mondiale e la minestra riscaldata

Nel 1993 l’Esercito Italiano ha pensionato i muli, animali che tanta parte ebbero nei conflitti mondiali affiancando i mezzi meccanizzati degli Alpini.

Recentemente, qualcuno si è accorto che un mulo riesce ad arrivare, trasportando materiali, anche dove nessun mezzo meccanico può salire, rivalutando così il prezioso animale: tutti i sistemi di trasporto hanno bisogno di alimentazioni più complesse di qualche carota e, il mulo, può accontentarsi anche della sparuta vegetazione presente in quota…così mentre l’Agenzia di difesa europea lanciava il progetto dei muli high-tech, che saranno in grado di operare in ambienti difficili, la Francia riscopriva gli animali veri per i battaglioni degli Alpini.

Ovviamente nessuno sta pensando di tornare al 1915 o di richiamare in servizio la cavalleria… però, gli esperti militari fanno notare che l’attuale conflitto Russo-Ucraino ha le caratteristiche della guerra “per attrito”, ricordando gli assedi medioevali. Siamo tornati a vedere la guerra non più come la proiezione di un videogioco: i bombardamenti su Bagdad, Belgrado e Damasco ci avevano cinicamente abituati a un conflitto “intelligente”, è come se scoprissimo solo oggi i lutti e i profughi!

Forse, più semplicemente, il dramma della guerra ha i suoi macabri riti e tattiche adattive per ogni scenario.

I militari studiano teatri futuri di guerre spaziali, come la fantascienza aveva anticipato, ma non abbandonano la lettura dei classici e…l’uso dei cannoni.

Anche gli economisti amano la lettura classica, da dove traggono le loro idee e le tattiche adattive, riuscendo a servirci piatti riscaldati in un mix di nouvelle cuisine: un mondo globalizzato era già nella strategia delle teorie del neoliberalismo (inizio XX secolo) e, subito dopo, qualcuno pensò alla globalizzazione anche come un nuovo sistema coloniale. Il mondo globalizzato non è una novità, ma una tendenza economica in atto, con alti e bassi, dai primi del ‘900.

Decenni fa, qualcuno deve aver pensato che l’universalità non dovesse più essere solo appannaggio della Chiesa e che il tempo di predicare una nuova religione fosse arrivato: il mercato!…Naturalmente globale, per essere spacciato come democratico perché privato dalle differenze del colore della pelle, dalla religione e dalle tendenze sessuali, considerando tutti “solo” come consumatori, meglio se anche senza bandiere e confini!

L’economia è come il giro dell’oca e si torna sempre al punto di partenza: ci prepariamo al razionamento del gas e stiamo invocando una qualche specie di autarchia energetica e alimentare…presto legheremo i muli alla ruota del mulino.

Sicuramente siamo allo scontro tra imperi, indifferenti ai danni sullo scacchiere e ai problemi indotti a tutto il mondo, ma molto attenti a come sarà il futuro Pianeta: domani sarà un altro giorno! Infatti, alcuni economisti parlano già dell’inizio di un mondo diverso…forse pensano alla fine della globalizzazione? Già sembrano spegnersi alcuni ceri all’altare dell’outsourcing e dell’ossessivo just in time.

Per i sacerdoti dell’economia, comunque vada, non sarà un grosso problema: basterà rivedere le prediche nelle aule universitarie e stampare qualche nuovo messale pagano, naturalmente, benedetto dal vincitore dello scontro in atto (ammesso che ce ne sarà uno).

Per gli imprenditori veri, quelli che non nuotano come squali nelle Borse di mezzo mondo, quelli che nessun osanna, quelli che non hanno la testa nello spazio e i piedi sulla testa di chi pedala…c’è una brutta notizia: i muli in servizio continueranno a essere loro!

Per la gente comune sarà una nuova frullata sull’ottovolante della vita, questa sì, senza distinzione di razza, sesso o religione. Per tutti un mondo diverso ma per cena la solita minestra riscaldata.

Romano Pisciotti

Romano Pisciotti 253x300 L’economia mondiale e la minestra riscaldata Romano Pisciotti

Indottrinamento e sistema dell’istruzione

 

Uno dei luoghi nei quali «l’indottrinamento propagandistico» produce i danni peggiori è il sistema dell’istruzione, soprattutto negli Stati Uniti, «dove la cultura seria è messa al bando». Le scuole e le università sono state in buona parte conquistate da un’ideologia secondo la quale non solo ogni fenomeno negativo è responsabilità dell’uomo bianco, ma anche secondo la quale questo uomo bianco va rieducato e da subito penalizzato. Un razzismo della pelle che si cela dietro le campagne contro il razzismo condotte ad esempio dal movimento Black Lives Matter. E non solo: in molte università è impossibile, per chi non si accoda anche alle posizioni più estreme su sesso e genere, avere diritto di parola. Spesso, docenti che osano esprimere opinioni diverse da quelle di gruppi di militanti organizzati devono poi umiliarsi in autocritiche pubbliche e rischiano comunque di essere allontanati dall’insegnamento da autorità accademiche impaurite.

 

Politicamente Corretto

Presentato da Romano Pisciotti

I CANNONI DI DIO

Da ragazzo vivevo a Milano in una di quelle aree popolari che costituivano, nel dopoguerra, una fascia abitativa tra centro cittadino e le nuove periferie formate dai tristissimi quartieri dormitorio.

Case, negozi, l’ufficio postale, piccole imprese, giardini, ambulatori medici, scuole e il mercato comunale costituivano un’area ben vivibile, quasi un paese ben progettato e collegato con il resto della città da un efficiente rete di mezzi pubblici.

Oltre che dai diversi progetti costruttivi dei caseggiati, ogni area era caratterizzata da peculiarità distintive che costituiva un ben identificabile quartiere: il giardino pubblico più ampio, la caserma della Polizia Stradale, la scuola più rinomata, l’affaccio sulla Circonvallazione Interna, il capolinea di un tram, la famosa torrefazione o, con civettuolo vezzo, il bar Motta che cercava di simulare l’eleganza dell’omonimo e salottiero negozio di Piazza Duomo.

Ogni quartiere inglobava vecchie corti, che ancora non avevano capitolato alla speculazione edilizia, residuati e testimoni di una Milano storica e contadina, che ospitavano la casa-bottega di un calzolaio o un’osteria, con il caratteristico giardinetto ombreggiato, o una, più o meno antica, cappella votiva.
Non molto distante da casa mia c’era la Corte dei Brambilloni, dove era nata la mia carissima nonna materna e, forse, tutta la dinastia dei Brambilla.

Da bambino, con la nonna Martina, che non abitava più nella corte, andavo spesso a fare un giretto in quella zona e, nell’occasione, non mancava una breve sosta nella chiesetta di San Martino, Santo del quale mia nonna portava il nome…anche se per me, la nonna, era semplicemente Tina. Portarmi davanti all’antico affresco, ben custodito nella chiesetta e raffigurante il soldato romano che taglia il suo rosso mantello, condividendolo con un povero, credo volesse essere un insegnamento, per me, da parte della nonna.

Ogni quartiere, propio come nei vecchi paesi e come si può ancora vedere oggi, si sviluppava intorno alla Chiesa. La Parrocchia, con l’Oratorio e il cinema-teatro parrocchiale, costituiva il più importante centro del tessuto urbano di quell’epoca, specialmente se unita a un asilo materno o una scuola.

Sono passati poco più di cinquant’anni ma quei quartieri sembrano essersi sciolti in un allargato e continuo centro urbano, meno originale e spento. Non ritrovo il negozio del droghiere e del lattaio e tante altre botteghe con i loro caratteristici profumi; non c’è più il bar con la sala bigliardo e il flipper, dove i giovanotti si davano appuntamento…sono scomparsi i tavoli della briscola, dove i vecchi sfidavano i giovani per un bianchino o si infervoravano in mai risolte discussioni sul confronto generazionale. Il cinema dell’Oratorio ha chiuso i battenti e, se non fosse per il campo di calcio, avrebbero dismesso anche l’Oratorio.

Da molti anni non vivo più a Milano, per l’avventura della vita ho lasciato quel quartiere, come se avessi lasciato il… paese mio.
Abitavo al quarto piano del palazzo che confinava con l’Oratorio, tanto che la mia mamma poteva chiamarmi dal balcone!

Il campanile, non molto più alto del palazzo, aveva il campanario proprio all’altezza delle nostre finestre… onestamente, lo scampanio non era sempre accolto con benevolenza cristiana, specialmente quando il Sacrista sembrava prolungare il suo concerto. Non solo da oggi, quel suono mi manca: lo scampanio a festa per un matrimonio, i rintocchi tristi che invitavano alla preghiera per un lutto o il suono che segnalava la Messa o la Benedizione Vespertina…i suoni del giorno e della vita dall’ora!

Un suono in particolare mi rimbomba nella testa: il lungo scampanio che annunciava l’arrivo di un violento temporale; so bene che i più giovani saranno increduli ma anche nella metropoli lombarda, allo scurirsi del cielo e all’alzarsi del vento, dal campanile arrivava un forte e lungo allarme che, come facile immaginare, non serviva da segnale ai contadini per ritirare il gregge e mettersi al coperto.

Dunque, perché lo scampanio?

Forse, più per innocente tentativo che per comprovata teoria scientifica, si volevano “rompere” le nuvole per prevenire la grandine! Sicuramente le onde sonore provocavano un certo impatto, più che sui nuvoloni neri, sicuramente sui timpani; la gente, comunque, affrettava il passo per raggiungere casa, i bar ritiravano i tavolini e il giornalaio metteva al riparo le riviste che, normalmente, stavano appese con le mollette da bucato, fuori dall’edicola. La gente si preparava al mal tempo, si riparava e si preparava, dopo la tempesta, a riprendere il quotidiano.

Oggi si è persa quest’usanza e i “cannoni di Dio” tacciono!…Eppure le nuvole si sono fatte dense e scure sul nostro Paese…

…già grandina!

Certo non basta il suono delle campane come rimedio alla crisi economica e morale che il Paese, forse il mondo intero, sta attraversando, ma una “sonora chiamata” per gli uomini di buona volontà sarebbe un messaggio di fiducia nel futuro: la Chiesa è una viva professione di Credo. La barca di Pietro ha affrontato tempeste e temibili secche, ma da più di duemila anni ha sempre trovato il porto sicuro della Fede.

Sbrogliamo le funi delle campane!

Nei nostri quartieri, nelle nostre città, si percepisce paura, sfiducia e il gelo “dell’arroganza dell’io”…la gente tutta ha bisogno di ritrovarsi nel gesto del soldato che divide il proprio mantello…il sole di San Martino verrà!

Romano Pisciotti

AI POSTERI L’ARDUA SENTENZA

In tempi recentissimi, una sola nave, bloccando accidentalmente il Canale di Suez, ha evidenziato la fragilità di un sistema globalizzato.

Abbiamo pensato solo a un inciampo per l’economia, sopportabile come i danni collaterali che si producevano, abbiamo pensato che quel “blocco” fosse solo la sfortunata coincidenza di avverse condizioni, come un piovasco fuori stagione, e non abbiamo colto l’allarme sulla fragilità e pericolosità del sistema.

Ci siamo fatti poche domande pur “scoprendo” che il fasullo Made in Italy aveva bisogno di liste infinite di componenti cinesi.

Oggi “scopriamo” che mezzo mondo dipende dall’altra metà, non solo per le forniture di gas e petrolio, bensì per sfamarsi: grano, frumento, mais e altre granaglie viaggiano esattamente come il petrolio e il gas…dunque di che globalizzazione stiamo parlando? Questa è dipendenza!

Abbiamo spostato una larga parte della produzione manifatturiera anche in paesi che, esattamente come noi, dipendono dall’approvvigionamento vitale di materie prime, sia per sfornare acciaio che pane…aggiungendo dipendenze alle dipendenze!

L’Italia è riuscita a far anche di meglio: da sempre dipendiamo dall’estero per gli approvvigionamenti petroliferi, abbiamo pensato di aumentare, negli ultimi decenni, anche le importazioni agricole; abbiamo diminuito le nostre produzioni seguendo politiche europee, o di mercato, che hanno decretato la riduzione delle nostre aree agricole…ovviamente anche con perdita di posti di lavoro. Gli addetti legati alla produzione dello zucchero, solo per citare un esempio, sono passati in pochi anni da 7 mila a 1.200 con una perdita di produzione nazionale da 1,4 milioni di tonnellate di zucchero a 500mila…a voi il conto di quanti posti di lavoro si sono persi nell’intero settore agricolo per politiche scellerate.
Potremmo pensare che lo squilibrio nel settore primario agricolo sia stato compensato dalle famose “bollicine”, che hanno sostenuto l’export…magari con aiuti statali a storici produttori o aiuti alle psichedeliche nuove cantine, pagate sempre da Pantalone e disegnate da famosi architetti. Potremmo anche dire che il grano lo consumiamo da sempre a casa nostra per soddisfare un bisogno primario, mentre le bollicine sono soggette a dazi e mode, non sempre secondo le nostre desiderate.

Ci siamo convinti che la migrazione all’estero di produzioni industriali, e la rinuncia a produzioni agricole, potessero essere compensate dalle nicchie d’eccellenza: per salvare la Patria abbiamo riscoperto i “grani antichi” da boutique e le asine da latte, mentre importavamo grano cresciuto con fertilizzanti proibiti, per una buona pasta al dente, e tonnellate di latte per fare la “nostra” famosa mozzarella.

Ci siamo fatti anche del male rinunciando, o limitando, quelle poche fonti energetiche nazionali di cui avremmo potuto disporre: un pò di metano e tanta potenza idroelettrica.

Oggi, dopo anni di discussioni su ILVA, corriamo a sostenere la produzione elettrica, e industriale in genere, con il carbone… come se noi avessimo capaci miniere e dimenticando che nero più nero non fa energia pulita.

Siamo al tavolo di un pericoloso gioco, i dadi lanciati ci hanno portato alla casella della prigione: rischiamo il blocco del Paese.

Ci rallegriamo per la generosa offerta americana di gas liquido, per liberarci dai gasdotti russi, peccato che sempre dipendenza sia! Il prezzo non scenderà e si dilateranno i tempi di approvvigionamento; aumenteranno gli investimenti per nuovi impianti per la rigassificazione e, soprattutto, aumenteranno i noli per le poche navi gasiere esistenti, anzi, dovremo costruirne delle altre…insomma, dalla padella alla brace! Si dovranno rivedere i piani, già incerti, del PNRR.

Chilometro zero o autarchia non potranno certo ovviare alla naturale distribuzione delle risorse e, per un Paese che vive di trasformazione, l’apertura dei mercati non è un optional, però si dovrebbero riequilibrare gli scambi commerciali esteri e la tipologia delle fonti energetiche interne.

Le gigantesche porta container, che assicurano noli bassi per il trasporto delle merci, molto spesso scaricano costi sulla collettività: contributi o finanziamenti agli armatori, ai cantieri navali e massicci investimenti per l’adeguamento delle strutture portuali. I conti dovremmo imparare a farli tutti!

Se vogliamo un mondo sostenibile, devono essere sostenibili sia le produzioni sia il commercio.
Valutare meglio, almeno con il buon senso, le teorie dello just in time e dell’outsourcing non significa gettare mezzo secolo di scuola di marketing, ma solo che dovremmo imparare a ragionare in termini di sistema Italia, evidenziando anche i costi indiretti scaricati sulla collettività.
In Italia abbiamo 200.000 ettari di terreni mal coltivati o abbandonati.
Dovremmo fare un po’ più di squadra senza spremere indiscriminatamente i fornitori, compresi gli agricoltori che forniscono beni primari.

Tutto il tessuto commerciale andrebbe difeso perché la globalizzazione sta cambiando anche il sistema distributivo, monopolizzando nelle mani di gruppi multinazionali che, oltre a creare lavoro precario, ci costringeranno,domani, ad acquistare solo ciò che sarà presente nei loro listini online e più conveniente per loro.

Rischiamo che una comodità di consegna si trasformi nel più grande monopolio e in una concentrazione pericolosa di fatturato.
Oggi discutiamo tanto sulla dipendenza dal gas Russo…è vero che la Russia potrebbe chiudere i rubinetti dei gasdotti, ma questo fornitore ha un bisogno vitale di esportare il suo gas, tanto è vero che, pur in guerra, non si sono fermate le forniture…ancora sperando che i nostri brillanti politici non vogliano arrivare al suicidio totale, rinunciando al gas dei russi o, in qualche modo, costringendoli alla chiusura delle valvole.

Le necessità del fornitore e dell’utilizzatore possono garantire uno scambio equo, come in natura la simbiosi, tanto più che, nel caso russo, il fornitore non ha il completo monopolio della fornitura: nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38% del gas che consuma; nel 2012 la percentuale era attorno al 30% e nel 2015 era il 44%….non vedo tutta questa paura per le forniture da quel Paese.

La tubazione attraversa e alimenta l’Ucraina, ma nessuno dei due Paesi ha violato l’integrità del gasdotto.
L’Europa ci sta convincendo di quanto sia opportuno l’arrivo del gas dagli USA, paese che ha minor disponibilità per l’esportazione, pur essendo il primo produttore e, soprattutto, non ha la stessa necessità vitale di esportarlo…dunque andremo a peggiorare l’equilibrio in fatto di controllo commerciale, oltre che ad esporci a maggiori costi.
Come già detto, la filiera per la consegna del gas americano va totalmente costruita, anche negli States, che non hanno sufficienti impianti per la liquefazione e l’imbarco del gas per reggere le consegne promesse nel prossimo futuro.

Dobbiamo chiudere (o svendere) altre industrie?…Dovremo creare altri mostri monopolistici? Aspetteremo il prossimo blocco di Suez? Accontenteremo ancora le lobby internazionali, prima di rinsavire dalla follia di politiche a noi sfavorevoli?

A noi (non ai posteri) l’ardua sentenza.

Romano Pisciotti

L’AUTO AFFONDA

La Classe A di Mercedes nacque sotto il disgraziato segno dell’alce; il marchio di Stoccarda fu costretto a esibirsi in capriole pubblicitarie per comprovare le nuove scelte tecniche e il conseguente miglioramento della tenuta di strada.
Per dimostrare la facilità di guida, il genio pubblicitario affidò i nuovi messaggi a chi aveva, nello stereotipo dell’epoca, meno abilità al volante: le donne!
Si diffuse l’idea che l’auto fosse adatta solo a signore imbranate e Mercedes dovette combattere, poi, lo scetticismo del genere maschile…ma il costruttore tedesco si era già trasformato in competitor generalista: i suoi modelli d’ingresso potevano elegantemente districarsi nel traffico cittadino o servire ai giovani manager rampanti per raggiungere il campo da golf. Le chiavi delle vetture blasonate passavano dalle mani di padri soddisfatti a quelle di figli…fortunati, come simbolo di un orgoglioso cambio generazionale.
Qualche cavallo in più nel motore e una manciata di teutonica elettronica, cancellarono l’idea che l’auto lussuosa fosse solo per panciuti commenda.

Ultimamente, a dimostrazione della percezione che i pubblicitari hanno del genere umano, in quasi tutte le pubblicità automobilistiche vediamo una donna al volante e, quando il passeggero è un uomo, quest’ultimo, sembra sorridere felice d’aver passato il “timone”…se il compagno di viaggio è anche coniuge lo si fa passare un po’ per scemotto, a favore della superiorità femminile.

Sono scesi in campo, o meglio sono saliti a bordo, anche teneri bimbi, ragazzini, giovanotti innamorati e, non potevano mancare, gli amici a quattro zampe.

Gli psico-pubblicitari hanno attenzione anche verso l’integrazione razziale: se, cinquant’anni fa, nessun concessionario Mercedes, negli USA, si sarebbe compiaciuto di vendere un’auto stellata ad un afro-americano, oggi, una folla multirazziale popola gli annunci di ogni brand automobilistico.

Gli spot, come loro natura, devono martellare lo spettatore senza tralasciare ogni possibile emozione, così i moderni caroselli sono diventati una passerella di auto “verdi” che sembrano aver perso l’abitudine di “bere”; abbiamo vetture intelligenti, auto per missioni impossibili o per le missioni al supermercato: tutte auto che ci porteranno lontano…se dotate di una chilometrica prolunga ombelicale collegata con una colonnina elettrica!!!!

La pubblicità, nel giro di pochi anni, si è adattata alle conquiste e tendenze che si sono affermate nella società, diventandone, in un certo senso, lo specchio: l’uguaglianza dei sessi, delle razze e la salvaguardia del Pianeta, ecc.

La cruda verità, dietro ai fantasiosi spot e le allettanti offerte di tutti i costruttori, ci racconta di un crollo delle vendite nel settore auto in tutta Europa, tale da non rendere sufficienti i vari aiuti Statali.

Il mondo dell’auto, forse per la paura della saturazione dei mercati tradizionali e la fretta di aggiungere nuove percentuali di vendita, ha sposato il peggio delle teorie della globalizzazione…facendo del male anche a se stesso.

Nel nostro paese non è solo crisi delle vendite dell’auto ma è crisi economica generale.

In Italia è venuto meno il primato tecnologico nel settore auto (se non per alcune eccellenze di piccole realtà) e, soprattutto, è venuto meno nelle maestranze, l’orgoglio d’essere parte del sistema produttivo di un marchio e del sistema Paese.
La delocalizzazione, l’abuso della cassa integrazione e i licenziamenti facili, il lavoro precario o interinale sono stati usati in modo così spregiudicato da minare i diritti costituzionali e i sogni di molti, nonché la soddisfazione dei bisogni per alcuni.
Non dimentichiamo che il successo della vecchia 500 fu decretato dalla capacità d’acquisto conquistata, dalle maestranze stesse, con la certezza del lavoro, la voglia di mobilità… percepita come libertà, della gente e del Paese. Si poteva firmare qualche cambiale al pensiero che il futuro sarebbe stato migliore.

Le idee di car sharing o dell’affitto dell’auto, possono ovviare a una momentanea crisi di mercato, sullo stimolo di un apparente cambiamento sociale di alcune fasce della popolazione, in realtà sono iniziative che spengono il “desiderio”, la distinzione nel possesso, l’idea di viaggiare nel proprio guscio…e la voglia di “farsi l’auto”.

L’assurda criminalizzazione del motore a combustione interna, oltre a decretare definitivamente la fine della supremazia tecnologica europea, espone le case automobilistiche a massicci investimenti in un settore che trova il suo successo solo nelle politiche Europee e negli aiuti di Stato: la rete per la ricarica delle batterie è a maglie ancore troppo larghe e le stazioni di servizio, per i tempi necessari al rifornimento, assomigliano più a sabbie mobili che alla piazzuola per il pit stop…senza contare che, tranne per costosissime e tecnologiche vetture, l’auto elettrica è ancora percepita come vettura scappata da un Luna Park.

I pubblicitari cercano di scavare nelle passioni e nelle aspirazioni dei potenziali clienti, ma l’impoverimento del portafoglio come la mancanza di fiducia nelle politiche comunitarie e, forse, nel futuro stesso del Paese, non possono essere scavalcate, nella mente dei potenziali acquirenti, dagli allegri inviti all’acquisto.

Il futuro prossimo si sta mostrando già peggiore del passato appena vissuto, speriamo non peggiore del passato remoto…o sarà un disastro, questo si senza distinzione di sesso o di razza e, ovviamente, senza rispetto per il Pianeta.

Che cosa inventeranno i pubblicitari per rappresentare lo specchio dei tempi?

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Romano Pisciotti