I CANNONI DI DIO
Da ragazzo vivevo a Milano, in una di quelle aree popolari che costituivano, nel dopoguerra, una fascia abitativa tra il centro cittadino e le nuove periferie formate dai tristissimi quartieri dormitorio.
Case, negozi, l’ufficio postale, piccole imprese, giardini, ambulatori medici, scuole e il mercato comunale costituivano un’area ben vivibile, quasi un paese ben progettato e collegato con il resto della città da un’efficiente rete di mezzi pubblici.
Oltre che dai diversi progetti costruttivi dei caseggiati, ogni area era caratterizzata da peculiarità distintive che costituivano un ben identificabile quartiere: il giardino pubblico più ampio, la caserma della Polizia Stradale, la scuola più rinomata, l’affaccio sulla Circonvallazione Interna, il capolinea di un tram, la famosa torrefazione o, con civettuolo vezzo, il bar Motta, che cercava di simulare l’eleganza dell’omonimo e salottiero negozio di Piazza Duomo.
Ogni quartiere inglobava vecchie corti che ancora non avevano capitolato alla speculazione edilizia, residuati e testimoni di una Milano storica e contadina, che ospitavano la casa-bottega di un calzolaio o un’osteria con il caratteristico giardinetto ombreggiato, o una più o meno antica cappella votiva.
Non molto distante da casa mia c’era la Corte dei Brambilloni, dove era nata la mia carissima nonna materna e, forse, tutta la dinastia dei Brambilla.
Da bambino, con la nonna Martina, che non abitava più nella corte, andavo spesso a fare un giretto in quella zona e, nell’occasione, non mancava una breve sosta nella chiesetta di San Martino, santo del quale mia nonna portava il nome… anche se, per me, la nonna era semplicemente Tina.
Portarmi davanti all’antico affresco, ben custodito nella chiesetta e raffigurante il soldato romano che taglia il suo rosso mantello per condividerlo con un povero, credo volesse essere per me un insegnamento da parte della nonna.
Ogni quartiere, proprio come nei vecchi paesi — e come si può ancora vedere oggi — si sviluppava intorno alla Chiesa. La Parrocchia, con l’Oratorio e il cinema-teatro parrocchiale, costituiva il più importante centro del tessuto urbano di quell’epoca, specialmente se unita a un asilo materno o a una scuola.
Sono passati poco più di cinquant’anni, ma quei quartieri sembrano essersi sciolti in un allargato e continuo centro urbano, meno originale e più spento.
Non ritrovo il negozio del droghiere e del lattaio e tante altre botteghe con i loro caratteristici profumi; non c’è più il bar con la sala da biliardo e il flipper, dove i giovanotti si davano appuntamento… sono scomparsi i tavoli della briscola, dove i vecchi sfidavano i giovani per un bianchino o si infervoravano in mai risolte discussioni sul confronto generazionale.
Il cinema dell’Oratorio ha chiuso i battenti e, se non fosse per il campo di calcio, avrebbero dismesso anche l’Oratorio.
Da molti anni non vivo più a Milano: per l’avventura della vita ho lasciato quel quartiere, come se avessi lasciato il… paese mio.
Abitavo al quarto piano del palazzo che confinava con l’Oratorio, tanto che mia mamma poteva chiamarmi dal balcone!
Il campanile, non molto più alto del palazzo, aveva il campanario proprio all’altezza delle nostre finestre… onestamente, lo scampanio non era sempre accolto con benevolenza cristiana, specialmente quando il sacrista sembrava prolungare il suo concerto.
Non solo oggi, ma già da tempo quel suono mi manca: lo scampanio a festa per un matrimonio, i rintocchi tristi che invitavano alla preghiera per un lutto o il suono che segnalava la Messa o la Benedizione Vespertina… i suoni del giorno e della vita del quartiere.
Un suono in particolare mi rimbomba nella testa: il lungo scampanio che annunciava l’arrivo di un violento temporale.
So bene che i più giovani saranno increduli, ma anche nella metropoli lombarda, allo scurirsi del cielo e all’alzarsi del vento, dal campanile arrivava un forte e prolungato allarme che, come facile immaginare, non serviva da segnale ai contadini per ritirare il gregge e mettersi al riparo.
Dunque, perché lo scampanio?
Forse, più per innocente tentativo che per comprovata teoria scientifica, si volevano “rompere” le nuvole per prevenire la grandine!
Sicuramente le onde sonore provocavano un certo impatto, più che sui nuvoloni neri, sui timpani; la gente, comunque, affrettava il passo per raggiungere casa, i bar ritiravano i tavolini e il giornalaio metteva al riparo le riviste, che normalmente stavano appese con le mollette da bucato fuori dall’edicola.
La gente si preparava al maltempo, si riparava e si disponeva, dopo la tempesta, a riprendere il quotidiano.
Oggi si è persa quest’usanza e i “cannoni di Dio” tacciono!
…Eppure le nuvole si sono fatte dense e scure sul nostro Paese…
…già grandina!
Certo, non basta il suono delle campane come rimedio alla crisi economica e morale che il Paese — forse il mondo intero — sta attraversando, ma una “sonora chiamata” per gli uomini di buona volontà sarebbe un messaggio di fiducia nel futuro: la Chiesa è una viva professione di Credo.
La barca di Pietro ha affrontato tempeste e temibili secche, ma da più di duemila anni ha sempre trovato il porto sicuro della Fede.
Sbrogliamo le funi delle campane!
Nei nostri quartieri, nelle nostre città, si percepiscono paura, sfiducia e il gelo “dell’arroganza dell’io”… la gente tutta ha bisogno di ritrovarsi nel gesto del soldato che divide il proprio mantello… il sole di San Martino verrà!
Romano Pisciotti