STAREMO…FRESCHI

GAS RUSSO
Jean Coffie, cyberattivista geopolitico specializzato in questioni di difesa e sicurezza
Nel 2022 saranno meno di 600 le navi metaniere, ovvero navi specializzate nel trasporto di gas con una capacità media di 140.000 m3 di gas.
 La più grande nave GNL ha una capacità di 260.000 m3 e fornisce prodotti di gas dal Qatar.
 Facciamo un semplice calcolo:
 600 navi metaniere x 140.000 m3 = 84.000.000 m3 di gas, ovvero 600 navi che trasportano gas mondiale possono consegnare 84 milioni di metri cubi al mese.
 Quindi: 84 milioni x 12 = 1.008.000.000 di m3 all’anno.
 La Russia consegna 150 miliardi di m3 all’anno (!) all’UE, sono ancora 27 paesi.
 Grossomodo, gli USA dovrebbero prima detenere tutte le navi da trasporto di gas del pianeta e tutte queste navi dovrebbero comunque essere in grado di effettuare 4 viaggi all’anno per rifornire l’Europa.
 E una volta consegnato il gas liquefatto, dovrebbe comunque essere convertito in gas, tenendo conto del suo trasporto: la bolletta sarà 4 o addirittura 6 volte più cara del gas russo, senza contare l’inquinamento che ne deriva!
 Si consideri che gli Stati Uniti vogliono colmare questa dipendenza consegnando all’Europa 150 miliardi di m3.  Avranno bisogno di 6.000 navi metaniere, oltre a 1.790 viaggi per nave.
 Solo che un viaggio tra USA ed Europa dura in media 1 mese per questo tipo di nave.
 Quindi, per un viaggio di andata e ritorno, le 6.000 navi dovranno effettuare ciascuna 8 viaggi all’anno per colmare questa lacuna.
 Questa analisi solo per farti un’idea della dipendenza europea dal gas russo…
 Il fabbisogno di gas cinese è di 160 miliardi di m3 all’anno, più del consumo annuale europeo.
Conclusione: fare a meno del gas russo in un decennio, per non dire nel prossimo futuro, è perfettamente utopico per l’Europa.
Presentato da Romano Pisciotti

L’economia mondiale e la minestra riscaldata

Nel 1993 l’Esercito Italiano ha pensionato i muli, animali che tanta parte ebbero nei conflitti mondiali affiancando i mezzi meccanizzati degli Alpini.

Recentemente, qualcuno si è accorto che un mulo riesce ad arrivare, trasportando materiali, anche dove nessun mezzo meccanico può salire, rivalutando così il prezioso animale: tutti i sistemi di trasporto hanno bisogno di alimentazioni più complesse di qualche carota e, il mulo, può accontentarsi anche della sparuta vegetazione presente in quota…così mentre l’Agenzia di difesa europea lanciava il progetto dei muli high-tech, che saranno in grado di operare in ambienti difficili, la Francia riscopriva gli animali veri per i battaglioni degli Alpini.

Ovviamente nessuno sta pensando di tornare al 1915 o di richiamare in servizio la cavalleria… però, gli esperti militari fanno notare che l’attuale conflitto Russo-Ucraino ha le caratteristiche della guerra “per attrito”, ricordando gli assedi medioevali. Siamo tornati a vedere la guerra non più come la proiezione di un videogioco: i bombardamenti su Bagdad, Belgrado e Damasco ci avevano cinicamente abituati a un conflitto “intelligente”, è come se scoprissimo solo oggi i lutti e i profughi!

Forse, più semplicemente, il dramma della guerra ha i suoi macabri riti e tattiche adattive per ogni scenario.

I militari studiano teatri futuri di guerre spaziali, come la fantascienza aveva anticipato, ma non abbandonano la lettura dei classici e…l’uso dei cannoni.

Anche gli economisti amano la lettura classica, da dove traggono le loro idee e le tattiche adattive, riuscendo a servirci piatti riscaldati in un mix di nouvelle cuisine: un mondo globalizzato era già nella strategia delle teorie del neoliberalismo (inizio XX secolo) e, subito dopo, qualcuno pensò alla globalizzazione anche come un nuovo sistema coloniale. Il mondo globalizzato non è una novità, ma una tendenza economica in atto, con alti e bassi, dai primi del ‘900.

Decenni fa, qualcuno deve aver pensato che l’universalità non dovesse più essere solo appannaggio della Chiesa e che il tempo di predicare una nuova religione fosse arrivato: il mercato!…Naturalmente globale, per essere spacciato come democratico perché privato dalle differenze del colore della pelle, dalla religione e dalle tendenze sessuali, considerando tutti “solo” come consumatori, meglio se anche senza bandiere e confini!

L’economia è come il giro dell’oca e si torna sempre al punto di partenza: ci prepariamo al razionamento del gas e stiamo invocando una qualche specie di autarchia energetica e alimentare…presto legheremo i muli alla ruota del mulino.

Sicuramente siamo allo scontro tra imperi, indifferenti ai danni sullo scacchiere e ai problemi indotti a tutto il mondo, ma molto attenti a come sarà il futuro Pianeta: domani sarà un altro giorno! Infatti, alcuni economisti parlano già dell’inizio di un mondo diverso…forse pensano alla fine della globalizzazione? Già sembrano spegnersi alcuni ceri all’altare dell’outsourcing e dell’ossessivo just in time.

Per i sacerdoti dell’economia, comunque vada, non sarà un grosso problema: basterà rivedere le prediche nelle aule universitarie e stampare qualche nuovo messale pagano, naturalmente, benedetto dal vincitore dello scontro in atto (ammesso che ce ne sarà uno).

Per gli imprenditori veri, quelli che non nuotano come squali nelle Borse di mezzo mondo, quelli che nessun osanna, quelli che non hanno la testa nello spazio e i piedi sulla testa di chi pedala…c’è una brutta notizia: i muli in servizio continueranno a essere loro!

Per la gente comune sarà una nuova frullata sull’ottovolante della vita, questa sì, senza distinzione di razza, sesso o religione. Per tutti un mondo diverso ma per cena la solita minestra riscaldata.

Romano Pisciotti

Romano Pisciotti 253x300 L’economia mondiale e la minestra riscaldata Romano Pisciotti

Indottrinamento e sistema dell’istruzione

 

Uno dei luoghi nei quali «l’indottrinamento propagandistico» produce i danni peggiori è il sistema dell’istruzione, soprattutto negli Stati Uniti, «dove la cultura seria è messa al bando». Le scuole e le università sono state in buona parte conquistate da un’ideologia secondo la quale non solo ogni fenomeno negativo è responsabilità dell’uomo bianco, ma anche secondo la quale questo uomo bianco va rieducato e da subito penalizzato. Un razzismo della pelle che si cela dietro le campagne contro il razzismo condotte ad esempio dal movimento Black Lives Matter. E non solo: in molte università è impossibile, per chi non si accoda anche alle posizioni più estreme su sesso e genere, avere diritto di parola. Spesso, docenti che osano esprimere opinioni diverse da quelle di gruppi di militanti organizzati devono poi umiliarsi in autocritiche pubbliche e rischiano comunque di essere allontanati dall’insegnamento da autorità accademiche impaurite.

 

Politicamente Corretto

Presentato da Romano Pisciotti

I CANNONI DI DIO

Da ragazzo vivevo a Milano in una di quelle aree popolari che costituivano, nel dopoguerra, una fascia abitativa tra centro cittadino e le nuove periferie formate dai tristissimi quartieri dormitorio.

Case, negozi, l’ufficio postale, piccole imprese, giardini, ambulatori medici, scuole e il mercato comunale costituivano un’area ben vivibile, quasi un paese ben progettato e collegato con il resto della città da un efficiente rete di mezzi pubblici.

Oltre che dai diversi progetti costruttivi dei caseggiati, ogni area era caratterizzata da peculiarità distintive che costituiva un ben identificabile quartiere: il giardino pubblico più ampio, la caserma della Polizia Stradale, la scuola più rinomata, l’affaccio sulla Circonvallazione Interna, il capolinea di un tram, la famosa torrefazione o, con civettuolo vezzo, il bar Motta che cercava di simulare l’eleganza dell’omonimo e salottiero negozio di Piazza Duomo.

Ogni quartiere inglobava vecchie corti, che ancora non avevano capitolato alla speculazione edilizia, residuati e testimoni di una Milano storica e contadina, che ospitavano la casa-bottega di un calzolaio o un’osteria, con il caratteristico giardinetto ombreggiato, o una, più o meno antica, cappella votiva.
Non molto distante da casa mia c’era la Corte dei Brambilloni, dove era nata la mia carissima nonna materna e, forse, tutta la dinastia dei Brambilla.

Da bambino, con la nonna Martina, che non abitava più nella corte, andavo spesso a fare un giretto in quella zona e, nell’occasione, non mancava una breve sosta nella chiesetta di San Martino, Santo del quale mia nonna portava il nome…anche se per me, la nonna, era semplicemente Tina. Portarmi davanti all’antico affresco, ben custodito nella chiesetta e raffigurante il soldato romano che taglia il suo rosso mantello, condividendolo con un povero, credo volesse essere un insegnamento, per me, da parte della nonna.

Ogni quartiere, propio come nei vecchi paesi e come si può ancora vedere oggi, si sviluppava intorno alla Chiesa. La Parrocchia, con l’Oratorio e il cinema-teatro parrocchiale, costituiva il più importante centro del tessuto urbano di quell’epoca, specialmente se unita a un asilo materno o una scuola.

Sono passati poco più di cinquant’anni ma quei quartieri sembrano essersi sciolti in un allargato e continuo centro urbano, meno originale e spento. Non ritrovo il negozio del droghiere e del lattaio e tante altre botteghe con i loro caratteristici profumi; non c’è più il bar con la sala bigliardo e il flipper, dove i giovanotti si davano appuntamento…sono scomparsi i tavoli della briscola, dove i vecchi sfidavano i giovani per un bianchino o si infervoravano in mai risolte discussioni sul confronto generazionale. Il cinema dell’Oratorio ha chiuso i battenti e, se non fosse per il campo di calcio, avrebbero dismesso anche l’Oratorio.

Da molti anni non vivo più a Milano, per l’avventura della vita ho lasciato quel quartiere, come se avessi lasciato il… paese mio.
Abitavo al quarto piano del palazzo che confinava con l’Oratorio, tanto che la mia mamma poteva chiamarmi dal balcone!

Il campanile, non molto più alto del palazzo, aveva il campanario proprio all’altezza delle nostre finestre… onestamente, lo scampanio non era sempre accolto con benevolenza cristiana, specialmente quando il Sacrista sembrava prolungare il suo concerto. Non solo da oggi, quel suono mi manca: lo scampanio a festa per un matrimonio, i rintocchi tristi che invitavano alla preghiera per un lutto o il suono che segnalava la Messa o la Benedizione Vespertina…i suoni del giorno e della vita dall’ora!

Un suono in particolare mi rimbomba nella testa: il lungo scampanio che annunciava l’arrivo di un violento temporale; so bene che i più giovani saranno increduli ma anche nella metropoli lombarda, allo scurirsi del cielo e all’alzarsi del vento, dal campanile arrivava un forte e lungo allarme che, come facile immaginare, non serviva da segnale ai contadini per ritirare il gregge e mettersi al coperto.

Dunque, perché lo scampanio?

Forse, più per innocente tentativo che per comprovata teoria scientifica, si volevano “rompere” le nuvole per prevenire la grandine! Sicuramente le onde sonore provocavano un certo impatto, più che sui nuvoloni neri, sicuramente sui timpani; la gente, comunque, affrettava il passo per raggiungere casa, i bar ritiravano i tavolini e il giornalaio metteva al riparo le riviste che, normalmente, stavano appese con le mollette da bucato, fuori dall’edicola. La gente si preparava al mal tempo, si riparava e si preparava, dopo la tempesta, a riprendere il quotidiano.

Oggi si è persa quest’usanza e i “cannoni di Dio” tacciono!…Eppure le nuvole si sono fatte dense e scure sul nostro Paese…

…già grandina!

Certo non basta il suono delle campane come rimedio alla crisi economica e morale che il Paese, forse il mondo intero, sta attraversando, ma una “sonora chiamata” per gli uomini di buona volontà sarebbe un messaggio di fiducia nel futuro: la Chiesa è una viva professione di Credo. La barca di Pietro ha affrontato tempeste e temibili secche, ma da più di duemila anni ha sempre trovato il porto sicuro della Fede.

Sbrogliamo le funi delle campane!

Nei nostri quartieri, nelle nostre città, si percepisce paura, sfiducia e il gelo “dell’arroganza dell’io”…la gente tutta ha bisogno di ritrovarsi nel gesto del soldato che divide il proprio mantello…il sole di San Martino verrà!

Romano Pisciotti

AI POSTERI L’ARDUA SENTENZA

In tempi recentissimi, una sola nave, bloccando accidentalmente il Canale di Suez, ha evidenziato la fragilità di un sistema globalizzato.

Abbiamo pensato solo a un inciampo per l’economia, sopportabile come i danni collaterali che si producevano, abbiamo pensato che quel “blocco” fosse solo la sfortunata coincidenza di avverse condizioni, come un piovasco fuori stagione, e non abbiamo colto l’allarme sulla fragilità e pericolosità del sistema.

Ci siamo fatti poche domande pur “scoprendo” che il fasullo Made in Italy aveva bisogno di liste infinite di componenti cinesi.

Oggi “scopriamo” che mezzo mondo dipende dall’altra metà, non solo per le forniture di gas e petrolio, bensì per sfamarsi: grano, frumento, mais e altre granaglie viaggiano esattamente come il petrolio e il gas…dunque di che globalizzazione stiamo parlando? Questa è dipendenza!

Abbiamo spostato una larga parte della produzione manifatturiera anche in paesi che, esattamente come noi, dipendono dall’approvvigionamento vitale di materie prime, sia per sfornare acciaio che pane…aggiungendo dipendenze alle dipendenze!

L’Italia è riuscita a far anche di meglio: da sempre dipendiamo dall’estero per gli approvvigionamenti petroliferi, abbiamo pensato di aumentare, negli ultimi decenni, anche le importazioni agricole; abbiamo diminuito le nostre produzioni seguendo politiche europee, o di mercato, che hanno decretato la riduzione delle nostre aree agricole…ovviamente anche con perdita di posti di lavoro. Gli addetti legati alla produzione dello zucchero, solo per citare un esempio, sono passati in pochi anni da 7 mila a 1.200 con una perdita di produzione nazionale da 1,4 milioni di tonnellate di zucchero a 500mila…a voi il conto di quanti posti di lavoro si sono persi nell’intero settore agricolo per politiche scellerate.
Potremmo pensare che lo squilibrio nel settore primario agricolo sia stato compensato dalle famose “bollicine”, che hanno sostenuto l’export…magari con aiuti statali a storici produttori o aiuti alle psichedeliche nuove cantine, pagate sempre da Pantalone e disegnate da famosi architetti. Potremmo anche dire che il grano lo consumiamo da sempre a casa nostra per soddisfare un bisogno primario, mentre le bollicine sono soggette a dazi e mode, non sempre secondo le nostre desiderate.

Ci siamo convinti che la migrazione all’estero di produzioni industriali, e la rinuncia a produzioni agricole, potessero essere compensate dalle nicchie d’eccellenza: per salvare la Patria abbiamo riscoperto i “grani antichi” da boutique e le asine da latte, mentre importavamo grano cresciuto con fertilizzanti proibiti, per una buona pasta al dente, e tonnellate di latte per fare la “nostra” famosa mozzarella.

Ci siamo fatti anche del male rinunciando, o limitando, quelle poche fonti energetiche nazionali di cui avremmo potuto disporre: un pò di metano e tanta potenza idroelettrica.

Oggi, dopo anni di discussioni su ILVA, corriamo a sostenere la produzione elettrica, e industriale in genere, con il carbone… come se noi avessimo capaci miniere e dimenticando che nero più nero non fa energia pulita.

Siamo al tavolo di un pericoloso gioco, i dadi lanciati ci hanno portato alla casella della prigione: rischiamo il blocco del Paese.

Ci rallegriamo per la generosa offerta americana di gas liquido, per liberarci dai gasdotti russi, peccato che sempre dipendenza sia! Il prezzo non scenderà e si dilateranno i tempi di approvvigionamento; aumenteranno gli investimenti per nuovi impianti per la rigassificazione e, soprattutto, aumenteranno i noli per le poche navi gasiere esistenti, anzi, dovremo costruirne delle altre…insomma, dalla padella alla brace! Si dovranno rivedere i piani, già incerti, del PNRR.

Chilometro zero o autarchia non potranno certo ovviare alla naturale distribuzione delle risorse e, per un Paese che vive di trasformazione, l’apertura dei mercati non è un optional, però si dovrebbero riequilibrare gli scambi commerciali esteri e la tipologia delle fonti energetiche interne.

Le gigantesche porta container, che assicurano noli bassi per il trasporto delle merci, molto spesso scaricano costi sulla collettività: contributi o finanziamenti agli armatori, ai cantieri navali e massicci investimenti per l’adeguamento delle strutture portuali. I conti dovremmo imparare a farli tutti!

Se vogliamo un mondo sostenibile, devono essere sostenibili sia le produzioni sia il commercio.
Valutare meglio, almeno con il buon senso, le teorie dello just in time e dell’outsourcing non significa gettare mezzo secolo di scuola di marketing, ma solo che dovremmo imparare a ragionare in termini di sistema Italia, evidenziando anche i costi indiretti scaricati sulla collettività.
In Italia abbiamo 200.000 ettari di terreni mal coltivati o abbandonati.
Dovremmo fare un po’ più di squadra senza spremere indiscriminatamente i fornitori, compresi gli agricoltori che forniscono beni primari.

Tutto il tessuto commerciale andrebbe difeso perché la globalizzazione sta cambiando anche il sistema distributivo, monopolizzando nelle mani di gruppi multinazionali che, oltre a creare lavoro precario, ci costringeranno,domani, ad acquistare solo ciò che sarà presente nei loro listini online e più conveniente per loro.

Rischiamo che una comodità di consegna si trasformi nel più grande monopolio e in una concentrazione pericolosa di fatturato.
Oggi discutiamo tanto sulla dipendenza dal gas Russo…è vero che la Russia potrebbe chiudere i rubinetti dei gasdotti, ma questo fornitore ha un bisogno vitale di esportare il suo gas, tanto è vero che, pur in guerra, non si sono fermate le forniture…ancora sperando che i nostri brillanti politici non vogliano arrivare al suicidio totale, rinunciando al gas dei russi o, in qualche modo, costringendoli alla chiusura delle valvole.

Le necessità del fornitore e dell’utilizzatore possono garantire uno scambio equo, come in natura la simbiosi, tanto più che, nel caso russo, il fornitore non ha il completo monopolio della fornitura: nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38% del gas che consuma; nel 2012 la percentuale era attorno al 30% e nel 2015 era il 44%….non vedo tutta questa paura per le forniture da quel Paese.

La tubazione attraversa e alimenta l’Ucraina, ma nessuno dei due Paesi ha violato l’integrità del gasdotto.
L’Europa ci sta convincendo di quanto sia opportuno l’arrivo del gas dagli USA, paese che ha minor disponibilità per l’esportazione, pur essendo il primo produttore e, soprattutto, non ha la stessa necessità vitale di esportarlo…dunque andremo a peggiorare l’equilibrio in fatto di controllo commerciale, oltre che ad esporci a maggiori costi.
Come già detto, la filiera per la consegna del gas americano va totalmente costruita, anche negli States, che non hanno sufficienti impianti per la liquefazione e l’imbarco del gas per reggere le consegne promesse nel prossimo futuro.

Dobbiamo chiudere (o svendere) altre industrie?…Dovremo creare altri mostri monopolistici? Aspetteremo il prossimo blocco di Suez? Accontenteremo ancora le lobby internazionali, prima di rinsavire dalla follia di politiche a noi sfavorevoli?

A noi (non ai posteri) l’ardua sentenza.

Romano Pisciotti

L’AUTO AFFONDA

La Classe A di Mercedes nacque sotto il disgraziato segno dell’alce; il marchio di Stoccarda fu costretto a esibirsi in capriole pubblicitarie per comprovare le nuove scelte tecniche e il conseguente miglioramento della tenuta di strada.
Per dimostrare la facilità di guida, il genio pubblicitario affidò i nuovi messaggi a chi aveva, nello stereotipo dell’epoca, meno abilità al volante: le donne!
Si diffuse l’idea che l’auto fosse adatta solo a signore imbranate e Mercedes dovette combattere, poi, lo scetticismo del genere maschile…ma il costruttore tedesco si era già trasformato in competitor generalista: i suoi modelli d’ingresso potevano elegantemente districarsi nel traffico cittadino o servire ai giovani manager rampanti per raggiungere il campo da golf. Le chiavi delle vetture blasonate passavano dalle mani di padri soddisfatti a quelle di figli…fortunati, come simbolo di un orgoglioso cambio generazionale.
Qualche cavallo in più nel motore e una manciata di teutonica elettronica, cancellarono l’idea che l’auto lussuosa fosse solo per panciuti commenda.

Ultimamente, a dimostrazione della percezione che i pubblicitari hanno del genere umano, in quasi tutte le pubblicità automobilistiche vediamo una donna al volante e, quando il passeggero è un uomo, quest’ultimo, sembra sorridere felice d’aver passato il “timone”…se il compagno di viaggio è anche coniuge lo si fa passare un po’ per scemotto, a favore della superiorità femminile.

Sono scesi in campo, o meglio sono saliti a bordo, anche teneri bimbi, ragazzini, giovanotti innamorati e, non potevano mancare, gli amici a quattro zampe.

Gli psico-pubblicitari hanno attenzione anche verso l’integrazione razziale: se, cinquant’anni fa, nessun concessionario Mercedes, negli USA, si sarebbe compiaciuto di vendere un’auto stellata ad un afro-americano, oggi, una folla multirazziale popola gli annunci di ogni brand automobilistico.

Gli spot, come loro natura, devono martellare lo spettatore senza tralasciare ogni possibile emozione, così i moderni caroselli sono diventati una passerella di auto “verdi” che sembrano aver perso l’abitudine di “bere”; abbiamo vetture intelligenti, auto per missioni impossibili o per le missioni al supermercato: tutte auto che ci porteranno lontano…se dotate di una chilometrica prolunga ombelicale collegata con una colonnina elettrica!!!!

La pubblicità, nel giro di pochi anni, si è adattata alle conquiste e tendenze che si sono affermate nella società, diventandone, in un certo senso, lo specchio: l’uguaglianza dei sessi, delle razze e la salvaguardia del Pianeta, ecc.

La cruda verità, dietro ai fantasiosi spot e le allettanti offerte di tutti i costruttori, ci racconta di un crollo delle vendite nel settore auto in tutta Europa, tale da non rendere sufficienti i vari aiuti Statali.

Il mondo dell’auto, forse per la paura della saturazione dei mercati tradizionali e la fretta di aggiungere nuove percentuali di vendita, ha sposato il peggio delle teorie della globalizzazione…facendo del male anche a se stesso.

Nel nostro paese non è solo crisi delle vendite dell’auto ma è crisi economica generale.

In Italia è venuto meno il primato tecnologico nel settore auto (se non per alcune eccellenze di piccole realtà) e, soprattutto, è venuto meno nelle maestranze, l’orgoglio d’essere parte del sistema produttivo di un marchio e del sistema Paese.
La delocalizzazione, l’abuso della cassa integrazione e i licenziamenti facili, il lavoro precario o interinale sono stati usati in modo così spregiudicato da minare i diritti costituzionali e i sogni di molti, nonché la soddisfazione dei bisogni per alcuni.
Non dimentichiamo che il successo della vecchia 500 fu decretato dalla capacità d’acquisto conquistata, dalle maestranze stesse, con la certezza del lavoro, la voglia di mobilità… percepita come libertà, della gente e del Paese. Si poteva firmare qualche cambiale al pensiero che il futuro sarebbe stato migliore.

Le idee di car sharing o dell’affitto dell’auto, possono ovviare a una momentanea crisi di mercato, sullo stimolo di un apparente cambiamento sociale di alcune fasce della popolazione, in realtà sono iniziative che spengono il “desiderio”, la distinzione nel possesso, l’idea di viaggiare nel proprio guscio…e la voglia di “farsi l’auto”.

L’assurda criminalizzazione del motore a combustione interna, oltre a decretare definitivamente la fine della supremazia tecnologica europea, espone le case automobilistiche a massicci investimenti in un settore che trova il suo successo solo nelle politiche Europee e negli aiuti di Stato: la rete per la ricarica delle batterie è a maglie ancore troppo larghe e le stazioni di servizio, per i tempi necessari al rifornimento, assomigliano più a sabbie mobili che alla piazzuola per il pit stop…senza contare che, tranne per costosissime e tecnologiche vetture, l’auto elettrica è ancora percepita come vettura scappata da un Luna Park.

I pubblicitari cercano di scavare nelle passioni e nelle aspirazioni dei potenziali clienti, ma l’impoverimento del portafoglio come la mancanza di fiducia nelle politiche comunitarie e, forse, nel futuro stesso del Paese, non possono essere scavalcate, nella mente dei potenziali acquirenti, dagli allegri inviti all’acquisto.

Il futuro prossimo si sta mostrando già peggiore del passato appena vissuto, speriamo non peggiore del passato remoto…o sarà un disastro, questo si senza distinzione di sesso o di razza e, ovviamente, senza rispetto per il Pianeta.

Che cosa inventeranno i pubblicitari per rappresentare lo specchio dei tempi?

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Romano Pisciotti

SOGNI A CAMBIALI

Scaldavamo il caffè rimasto nella “napoletana” e si sorseggiava seduti sullo sgabello, nella piccola cucina, dove si era fatto posto a quell’enorme frigorifero conquistato con qualche cambiale…come i tanti sogni per il futuro: stavamo uscendo dall’economia di guerra, anche se la vecchia tovaglia cerata, stesa sul tavolo, nascondeva ancora qualche vecchia bruciatura.

Abbiamo arredato la nuova cucina…all’americana, anzi, il design italico e le nostre fabbriche hanno conquistato il mondo con mobili ed elettrodomestici Made in ItalyAbbiamo vissuto il boom economico e attraversato qualche pesante congiuntura, abbiamo sconfitto i rigurgiti rivoluzionari, ci siamo attrezzati per le domeniche d’austerity, abbiamo goduto della “Milano da bere”, abbiamo lacrimato per nuove tasse e abbiamo aderito all’Unione Europea…certo, la storia del Paese è più complessa, ma sicuramente è stata così veloce da non coprire più di un paio di generazioni: abbiamo corso così tanto che la nostra ombra sembra rimasta a sorseggiarsi quel caffè riscaldato, mentre la nostra fantasia ha superato lo spazio, il tempo e, forse, anche la materia…vivendo nel virtuale. 

L’orologio del tempo sembra non battere più di pulsazioni atomiche: siamo stati svegliati dal ticchettio della vecchia sveglia che avevamo dimenticato tra le chincaglierie vintage, e l’atomo è tornato nei nostri incubi.

L’apparente successo della globalizzazione, senza leggi o limiti, ci ha portato a pensare che l’espansione dei mercati fosse come un gas libero o a ritenere che civiltà e popoli, usi e costumi, si adattassero come acqua nel recipiente destinato, a loro, dalla fantafinanza. 

Noi abbiamo pensato d’essere dalla parte dei giusti, come Brancaleone alle crociate, ma più guidati dal denaro che dalla fede, ci siamo forse permessi qualche azzardo di troppo…non solo economico e, nel tentativo d’estendere i confini del nostro universo, abbiamo sottovalutando le inevitabili frizioni con altri universi; frizioni anche più pericolose e drammatiche dei terremoti causati dalla deriva dei continenti.

Se è l’interesse economico, ancora sulla bocca dei cannoni, a far girare il mondo, significa che siamo rimasti tutti nel secolo scorso…non per nulla si parla, ancora oggi, di economia di guerra.

Romano Pisciotti

 

 

LETTERA APERTA A MONSIGNOR RASPANTI

RACCOLGO, COPIO E INCOLLO LA SEGUENTE LETTERA:

LETTERA APERTA AL VESCOVO DI ACIREALE,
MONSIGNOR NINO RASPANTI

Le scrivo queste righe mentre l’alito schifoso della guerra sta ammorbando le nostre vite, mentre leggiamo di altri lutti causati dalla pandemia. Tutto rende il futuro ancor più precario. Mi sembra di rivivere ciò che i nostri nonni hanno sofferto, schiacciati tra l’incudine della pandemia, la cosiddetta spagnola, e il martello della guerra. A rendere più assurda la Storia fu il ripetersi del secondo conflitto, combattuto dai nostri padri…ora, viviamo noi momenti d’ansia e di dolore!

Se l’Umanità è destinata a estinguersi sotto un meteorite atomico…ci rimarrà solo la Pietà Divina, ma non credo che a tanto si spingerà la stupidità umana: gli uomini di buon senso e di buona volontà popolano ancora la Terra.

Mi rifiuto di trovare un colpevole di tutto ciò perché colpevoli sono, siamo, tutti: sia chi ha causato le tensioni, sia chi ha reagito violentemente alle provocazioni e chi non è riuscito a trovare una soluzione diplomatica tra i contendenti. Comunque si guardi sono sempre e solo interessi contro altri interessi. In questa situazione è inutile chiedere a Dio come possa permettere un tale disastro…stiamo scendendo all’inferno con le nostre gambe!

Non solo le nostre preghiere serviranno a portarci fuori da questo ennesimo guado, dobbiamo armarci di una forte determinazione e di fede…così fu per i nostri padri, così dovrà essere per noi: guardare al futuro possibile!

Io ricordo di aver letto un episodio, riferito al secondo conflitto mondiale, che ben dimostra la voglia di futuro… lo trovo significativo per dimostrare la capacità dell’uomo di guardare sempre al futuro, che è il miglior modo per assicurarsi e trovare, appunto, un futuro.
Mi riferisco, in breve, alle foto riguardanti il dissotterramento di un trattore FIAT sepolto, durante l’occupazione tedesca, dagli stessi operai dell’azienda. Il trattore era un nuovo prototipo, tecnicamente avanzato e già predisposto alla produzione che fu nascosto, sotterrandolo, per non farlo cadere nelle mani del nemico. Non penso che i tedeschi fossero interessati ai trattori agricoli in quei drammatici momenti (drammatici per tutti)…dunque che cosa ci insegna questo racconto?
Ci parla di futuro possibile…sotto i bombardamenti degli Alleati e braccati dall’occupazione tedesca, quegli operai ci lasciano un messaggio: la notte, per buia che possa essere, è seguita dall’alba di resurrezione, fede e volontà! Quegli operai, afflitti già da ogni flagello, pensavano a cosa produrre…passata la notte.

Per nostra fortuna, per pur preoccupanti e laceranti possano essere le ore che viviamo, non siamo ancora scesi così infondo da dover sotterrare i nostri tesori in attesa di tempi migliori.

Sono sicuro che respingeremo il peggio.

Credo che il Suo impegno nella Diocesi (…e non solo) sia un segno di quotidiana Carità e il Suo nuovo incarico lo sento come una delle vie della Provvidenza.

Personalmente non chiederò agli operai di sotterrare alcunché, ma chiedo agli imprenditori di buona volontà di non arrendersi, di non scoraggiarsi malgrado le tante pressioni negative che subiscono non solo dai venti di guerra.

Nella nostra bella Sicilia, le difficoltà sono così radicate da essere diventate (…quasi) croniche, ma è altrettanto vero che il Padre Eterno ha forgiato e temprato i siciliani tra la lava dell’Etna (fuoco di nuova vita) e le acque del generoso Mediterraneo.

Tutti, ma soprattutto i cattolici devono unirsi per assicurare un sano futuro alla Sicilia e a tutto il nostro Paese, gli imprenditori siciliani devono essere testimoni di Fede e Progresso.
Io metterò a disposizione l’esperienza e la passione per formare un gruppo di esperti che, abbandonate le solite e sterili liturgie di marketing, potrà essere fertilizzante per la crescita delle attività: studiando, analizzando e proiettando nel futuro lavoro e benessere.

La Chiesa è radice di Storia e può (…e deve) essere germoglio per nuovi frutti: un cattolico sa bene che solo un miracolo può moltiplicare il pane e i pesci, ma sa che deve rammendare e preparare le reti per la pesca…speriamo anch’essa miracolosa.

Lei ha portato nella sua Diocesi dibattiti di scienza e di vita e, ne sono sicuro, Lei potrà essere baricentro di pace e prosperità rivolgendosi ai tanti uomini di buona volontà.

Con Fede,
Un credente siciliano

RACCOLTA DA ROMANO PISCIOTTI

Antonino Raspanti è un vescovo cattolico italiano, dal 26 luglio 2011 vescovo di Acireale, dal 24 maggio 2017 vicepresidente per l’Italia meridionale della Conferenza Episcopale Italiana e dall’8 marzo 2022 presidente della Conferenza episcopale siciliana.

L’ARROGANZA DELLE IDEE

Quando frequentavo le scuole medie, un’era geologica fa, i mie genitori lavoravano entrambi, così, dopo la scuola, raggiungevo la vicina abitazione della nonna; presto fu chiaro ai miei che la troppa accondiscendenza della nonna non favoriva il tempo dello studio e decisero che, nel pomeriggio, avrei frequentato una specie di doposcuola presso l’abitazione di un anziano professore, già in pensione, che accoglieva, più per passione che per lucro, studenti di ogni età.

Ricordo bene quel grande salone, dove il professore assisteva ragazzi più grandi di me, passando dal greco per i liceali alla contabilità per i ragionieri…io, forse un po’ la mascotte del gruppo, mi limitavo a qualche semplice esercizio di grammatica e matematica.

 In quei pomeriggi non mancava nulla: dai bisticci del professore con la moglie, la quale vigilava sul numero di “Nazionali” spipazzate dal marito, alle incursioni del gattone di casa in cerca di coccole, agli affascinanti racconti di vita vissuta ai quali il professore, ogni tanto, si abbandonava.



Alcuni racconti mi sono rimasti nella mente e li ricordo bene, tra questi la drammatica narrazione della ritirata dell’Esercito Italiano dalla Russia, vissuta dal professore come giovane tenente.



Fortunatamente per i nostri soldati, l’incalzare dei Russi lanciati all’inseguimento delle colonne dell’Asse, appariva, nei racconti del professore, più devastante per i soldati tedeschi…anche se il gelo e la fame fecero anche peggio della vendetta russa.
 Ben vivo era il ricordo della provvidenziale e inaspettata accoglienza offerta al piccolo e isolato drappello di soldati italiani: la miseria di quelle poche case non fermò la pietà e i soldati furono rifocillati e riscaldati, più dal tenero senso cristiano che dal poverissimo (…e ben poco) cibo condiviso.



Negli anni ho aggiunto altri racconti e letture che hanno confermato esperienze simili vissute da molti dei nostri soldati.
 Forse anche per la devastazione fisica e morale subita, alcuni militi italiani, al primo contatto di ritrovata umanità, preferirono fermarsi in quei territori… come narrazioni cinematografiche hanno ulteriormente messo in scena, distaccandosi dal mito e dalle credenze sensoriali di spose rimaste sole in Italia.



Andando a ritroso nel tempo troviamo fatti storici e tendenze che hanno certamente plasmato legami tra il popolo italiano e quello russo, sin da prima che gli italiani si riconoscessero in una nazione e i russi nell’Unione Sovietica: i legami tra Genova e Venezia negli antichi commerci, le diplomazie, gli scambi culturali, l’amore per l’arte, la danza e l’opera… così via da secoli, sino alla nascita del più grande partito comunista dell’Occidente (PCI), alla FIAT 124 costruita in Russia e, con meno gloria ma intatto spirito, lo spopolare delle canzonette italiana nei paesi dell’Est. Persino la cortina di ferro fu meno impermeabile al gusto, alla bellezza e al commercio italico!



La storia rimane scritta più spesso sul ghiaccio che nella pietra e i fatti, come i misfatti, ci hanno portato ad alleanze molto lontane da quel primo riconoscimento del neonato Regno d’Italia da parte dell’Impero Russo (1862).


L’Italia fascista fu tra i principali acquirenti di petrolio sovietico tra il 1925 e il 1935, dimostrando come le differenze ideologiche non impedissero lo sviluppo di fruttuosi rapporti economici tra i due Paesi. Purtroppo il secondo conflitto mondiale portò l’Italia a combattere, con gli esiti di cui sopra, a fianco della Germania di Hitler contro l’URSS segnando il punto più basso delle relazioni tra Mosca e Roma, dopo il fallimento della possibile intesa con Stalin tentata da Mussolini, tra il 1939 e il 1941, per smarcarsi dal controllo tedesco.



Siamo lontani da quei tempi, siamo lontani anche dai tempi della Guerra Fredda, ma i carri armati russi hanno ripreso a rombare, muscolosi e aggressivi.



Sono anni che l’Unione Europea persegue l’estensione dei suoi confini a est, non sempre a beneficio dell’economia italiana, sicuramente perseguendo le dottrine dell’economia globale.
 L’economia cammina, troppo spesso, poggiando anche su esercizi di potenza militare, pratica ben sviluppata dagli USA nella nuova interpretazione dell’Impero e della Pax Romana.
 Forse l’Ucraina è stata illusa dal miraggio di nuove alleanze con promesse economiche e militari…forse le promesse erano una trappola per l’orso siberiano diventato troppo grasso… forse si è giocato d’azzardo pensando che in tutto il mondo esista un pensiero unico.



Subiremo il riflusso delle pesanti sanzioni applicate alla Russia, che lasceranno indenni gli Stati Uniti, ma questo è ancora un problema gestibile. Se continueremo a non vedere, in questa tragica vicenda, anche le responsabilità degli USA, dell’Europa e dello stesso Governo ucraino rischiamo di partire per una crociata…senza ritorno.



Caro vecchio professore, uomo buono e onesto, se un Dio esiste, ti avrà accolto malgrado qualche tua divergenza dalla pratica religiosa.
 Tu guidavi i tuoi allievi al ragionamento, senza fermarsi alle dottrine e alla propaganda o alle facili emozioni del momento. Oggi, qui, studiamo poco la storia e ancor meno la filosofia e il greco o il latino; oggi andiamo di corsa, anzi di fretta, e amiamo il precotto e il preconfezionato…anche per la comunicazione, il che non sarebbe del tutto una novità se i deficienti cognitivi non fossero diventati una pericolosa maggioranza.
 

Tu che hai vissuto la povertà e la carità, insegnavi l’umiltà…oggi dispersa nell’arroganza delle idee.

Romano Pisciotti

 

 

 

NON DORMITE SONNI TRANQUILLI

Contrariamente ai racconti TV l’esercito di Putin non è una banda di ragazzetti impreparati e la NATO, per il bene nostro, non dovrebbe scherzare con il fuoco.

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L’esercito Russo è considerato il secondo migliore al Mondo. Efficiente, preparato, con mezzi di altissima capacità tecnologica. Ma in Ucraina il generale Gerasimov ha portato carri vecchi, tanti soldati giovanissimi e non sta usando quasi affatto l’aviazione. L’operazione via terra allunga tempi e sconcerto, dolore e tante perdite anche tra i Russi. Perchè? Qual è il vero disegno di Putin?

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“Ci sono un sacco di cose che stanno facendo che lasciano perplessi”, ha detto Rob Lee, uno specialista militare russo presso il Foreign Policy Research Institute. Si pensava che all’inizio della guerra sarebbe stato richiesto “il massimo uso della forza”. “Perché ogni giorno che va avanti c’è un costo e il rischio aumenta. Se non lo stanno facendo è davvero difficile da spiegare per qualsiasi motivo realistico”.

Esperti militari hanno riscontrato prove di una mancanza di coordinamento dell’aviazione russa con le formazioni di truppe di terra, con più colonne di truppe russe inviate oltre la portata della propria copertura di difesa aerea. Ciò rende i soldati russi vulnerabili agli attacchi delle forze ucraine, compresi quelli equipaggiati di recente con droni turchi e missili anticarro statunitensi e britannici.

Le Forze Armate della Federazione russa, nate dalle ceneri delle Forze Armate sovietiche, vedono la luce nel 1992, e si compongono di reparti articolati e ben equipaggiati.

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In caso di guerra, la Russia può fare affidamento su un armamentario di ultimissima generazione. Oltre alle forze di terra pari a 1.350.000 uomini dispone di:

4.173 forze aerospaziali;
320 missili e 1.181 testate strategiche;
605 forze navali;
12.420 carri armati.

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I carri armati russi, i T-90, sono considerati i mezzi blindati più potenti e forti al mondo. 

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Non da meno i mille nuovi aerei in dotazione, i SU-35S che sono stati mandati in parte in Bielorussia per le esercitazioni militari congiunte.

Ad oggi, il 92% dei piloti e il 62% dei militari della Marina ha precedenti esperienze in teatri di guerra.

WALL STREET ITALIA

Presentato da Romano Pisciotti