9 Ottobre 2016 Giornata Nazionale Persone con sindrome di DOWN

VELE

di Romano Pisciotti

 

Per Natale, i nostri genitori regalarono, a me, una barca giocattolo tipo veliero da competizione, e a mio fratello un barcone a vela allestito come una nave pirata.

Imbacuccati all’inverosimile, forniti di sciarpa e passamontagna, in un tiepido inverno ligure, giocavamo facendo solcare alle nostre navi le acque della fontana di Loano.

Negli anni ’60, a Loano, c’era una profumatissima pineta sul mare intorno ad un’enorme fontana circolare; non so cosa sia rimasto della passeggiata a mare, dei suoi profumi e della fontana.

La vasca aveva una sponda talmente bassa che i cuccioli, bambini e cagnolini, potevano giocare insieme e toccare l’acqua. Qualche bambino, approfittando dell’impegnato chiacchierio tra mamme e nonne sedute sulle panchine, seguiva in vasca il cucciolo più esuberante della combriccola: più che un bagno fuori stagione era solo una bella inzuppata, l’acqua era profonda solo un paio di spanne. Si trovava sempre l’occasione, magari per recuperare una barca, per cedere alla tentazione di scavalcare il bordo, confine tra sogno e realtà.

Anche se poco profonda, la vasca ci sembrava enorme ed era abbellita da qualche scoglio emergente, l’ideale per far sognare a noi bambini mari insidiosi e oceani infiniti.

Non vestivamo alla marinara ed eravamo impacciati da sciarpe e cappottini, più adatti al nebbioso inverno milanese da dove, per qualche giorno, eravamo fuggiti grazie al consiglio del medico di famiglia, il mitico dottor Mastelli: medico della mutua che si adoperava come pediatra, geriatra e “maresciallo” della salute in tutto il quartiere. In quegli anni, quando possibile, erano consigliate cure naturali, così, con qualche sacrificio, nostra madre organizzò una vacanza marina subito dopo Natale, per la convalescenza di qualche malanno infantile o per un miracoloso “cambiamento d’aria”.

Quell’anno, ebbi l’occasione di varare la mia barca in fontana!

Ho ricordi dolci e profumati di quella breve vacanza invernale.

Eravamo felici manovrando abilmente lo spago che univa noi alla prua dei nostri sogni.

Il mio veliero poteva esibirsi in spericolate evoluzioni in pieno oceano, il veliero di mio fratello Edo doveva, invece, procedere più lentamente: la forma tozza e il peso dell’armamento consigliavano una navigazione più cauta per evitare l’allagamento del ponte di coperta; la vela era unica ma enorme e la bandiera pirata issata a riva compensava le ridotte prestazioni con promesse di lunghe traversate ricche d’avventure e di bottini.

Ripensandoci ora, la barca di mio fratello era una chiatta variopinta più incline a una tranquilla navigazione sui Navigli e la mia vela non sarebbe stata scelta neppure da Capitan Findus.

Anche qualche collisione con vaporetti a ruota o armatissimi incrociatori di altri bimbi, erano parte di un gioco meraviglioso. L’intrusione di qualche rimorchiatore con carica a molla ci distraeva dai nostri viaggi, per qualche istante ci fermavamo imbambolati da tanta tecnologia, ma l’ebrezza delle vele spiegate e della “propulsione a spago”, ci faceva tornare subito al nostro posto di comando.

Le nostre barche, la mia e quello di Edoardo, erano per noi bellissime, ma ricordo bene la mia preferenza per la sua nave dei pirati. Mio fratello non reclamava se, spesso, ci scambiavamo i giocattoli.

Edo era un ragazzo “down”, è rimasto bambino ed è morto a quarant’anni di leucemia devastante, dopo aver subito e sopportato per anni anche il buio progressivo ma definitivo della cecità.

La mia barca azzurra è stata la libertà che il suo cuore avrebbe desiderato. Forse il suo cuore si sarebbe accontentato di meno avventure di quelle che la vita ha offerto a me, si sarebbe accontentato di vivere una vita normale, senza torture.

Con la sua nave pirata ho girato il mondo e, combattendo, ho conquistato, perso e riconquistato tesori luccicanti, ho visitato isole felici e luoghi di sofferenza.

Porto nell’anima il suo dolcissimo sorriso e quel viso un po’ pacioccone dagli occhi esotici. Conservo i doni dei nostri genitori: il coraggio di mia madre e il silenzioso dolore di mio padre.

Arrivederci Dodino, appuntamento a quella tranquilla fontana dove stai giocando.

Romano

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