ESISTE LA LIBERTA’ ?

Per libertà s’intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla.

Secondo una concezione non solo kantiana, la libertà è una condizione formale della scelta che, quando si tramuterà in atto, in azione concreta, risentirà necessariamente dei condizionamenti che le vengono dal mondo reale, sottoposto alle leggi fisiche necessitanti, o da situazioni determinanti di altra natura.

Riguardo all’ambito in cui si opera la libera scelta si parla di libertà morale, giuridica, economica, politica, di pensiero, libertà metafisica, religiosa ecc.

Afferma Isaiah Berlin:
«L’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta; e nel diritto di resistere, di essere impopolare, di schierarti per le tue convinzioni per il solo fatto che sono tue. La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla»

Quindi da un punto di vista psicologico possiamo intendere la libertà com’è percepita dal soggetto:

  • o negativamente, come assenza di sottomissione, di schiavitù, di costrizione per cui l’uomo si considera indipendente,
  • oppure positivamente nel senso dell’autonomia e spontaneità del soggetto razionale: con questo significato i comportamenti umani volontari si basano sulla libertà e vengono qualificati come liberi.

Presentato da Romano Pisciotti

 

 

Peggio del virus può fare la recessione.

Tremonti: «Peggio del virus può fare la recessione. Entriamo in una nuova epoca storica»

E dopo il “lockdown” per l’emergenza coronavirus, che cosa dobbiamo aspettarci? Mano a mano che l’epidemia si diffonde nello spazio e si allunga nel tempo, si parla sempre più apertamente di recessione globale. Nei fatti, in recessione ci siamo già, visto il blocco, l’annullamento, il rinvio di tante attività con implicazioni economiche. Sarà una crisi lunga e radicale, come quella iniziata nel 2008? O sarà rapida e violenta, letale in qualche settore, ma recuperabile in breve tempo? Basterà qualche aiuto finanziario dal governo per permettere alle famiglie e alle imprese italiane di “passare la nottata”, dopo di che #tuttoandràbene?

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Tremonti: «Peggio del virus può fare la recessione. Entriamo in una nuova epoca storica»

 

Consigliato da Romano Pisciotti

La vera rivoluzione che attendiamo

Voglio che questo momento porti ad una vera rivoluzione.

di Elena Bernabè

Dentro e fuori di noi.

Voglio imparare la lezione da questo periodo difficile, non farmi sfuggire il più piccolo insegnamento, voglio portare dentro di me le emozioni, le riflessioni e i pensieri che mi genera e far sfociare in me un profondo cambiamento di vita.

Voglio che ogni lavoro sia celebrato, rispettato e tutelato. Dal medico all’infermiere, dal giornalista all’insegnante, dall’operaio all’impiegato, dall’inserviente al muratore. Non esiste un lavoro più degno di un altro: come stiamo sperimentando ora anche la cassiera di un supermercato è un’eroina perchè sta svolgendo in questo momento un compito fondamentale.

Voglio che ogni persona sperimenti il tempo per sé come lo stiamo vivendo ora.Senza un tempo lento, semplice e dilatato nessuna persona al mondo può scoprirsi, riposarsi davvero e ricaricarsi. E mettere in atto la propria creatività. E scoprire i propri doni.

Voglio che ognuno di noi diffonda nel mondo il proprio dono, proprio come sta accadendo ora dove sono nati corsi, video, iniziative delle più svariate per poter dare un pezzetto di noi (il migliore!) in questa emergenza.

Voglio che ritorniamo a vivere dell’essenziale, a fare la spesa nei nostri paesi, a comprare solo ciò che ci serve davvero.

Voglio che l’automobile sia utilizzata il meno possibile, solo per necessità e non per svago o per comodità.

Voglio che impariamo a ritirarci dal mondo e ad ammirarlo senza il nostro disturbo e il nostro rumore.

Voglio che le nostre case diventino nidi e non luoghi di passaggio. Voglio che siano il centro delle nostre giornate, che siano curate, vissute e amate come luoghi sacri.

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Non Voglio Che Tutto Riprenda Come Prima

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Dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung

Dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung
“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto… Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute.
Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’ attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela piu”.
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Carl Gustav Jung lavorò al Libro rosso dal 1913 al 1930 e ancora in tardissima età lo definì l’opera sua capitale. L’opera in cui aveva deposto il nucleo vitale e di pensiero della sua futura attività scientifica. Eppure non volle mai autorizzarne la pubblicazione, e dopo di lui anche gli eredi si attennero alla consegna. Così solo oggi, a ottant’anni dalla sua conclusione e a mezzo secolo dalla morte del suo autore, questo testo straordinario esce dal caveau della banca svizzera in cui era conservato. Il Libro rosso è il libro segreto di Jung, scrigno privato di un’anima che lì si cela nella sua nudità, e che un comprensibile pudore ha inteso proteggere da sguardi curiosi, e si situa al centro di una straordinaria sperimentazione artistica e psicologica che ne fa un unicum nel panorama novecentesco. Quella che Jung chiamerà più tardi “immaginazione attiva” e che fu ampiamente utilizzata in questo volume, è appunto lo strumento inedito di cui egli si servì, nel corso della sua discesa agli inferi, per suscitare i contenuti archetipici della psiche e oggettivarli attraverso il dialogo interiore, la scrittura, la pittura, la scultura.

THE MOST PRESTIGIOUS ITALIAN BRAND AT THE SERVICE OF THE COUNTRY

Ferrari on track for life. It will produce respirators

Ferrari in pista per la vita. Produrrà respiratori

The most beautiful and most important race: the one for life. After the millionaire donations made in recent days, Ferrari is back on track against Coronavirus making itself available, together with FCA and Marelli, to make its factories and collaborators available to increase the production of lung respirators.
All in synergy with the Bologna-based Siare Engineering, the only Italian manufacturer of fans, literally buried by requests, but which has committed itself to guaranteeing 125 life-saving machines per week.

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FIAT GRANDI MOTORI

Le origini

Fin dal 1884 sorgono nel cuore della Barriera di Milano le Officine Meccaniche Michele Ansaldi, complesso deputato alla costruzione di macchine utensili, che impiega circa 300 operai. Nel 1905 Michele Ansaldi, fondatore della fabbrica, sigla un accordo con Giovanni Agnelli: nasce la Fiat Ansaldi che si specializza nella produzione di «vetture leggere a quattro cilindri» (1). Un atto legato a una precisa strategia di mercato che vede la Fiat, attraverso procedimenti associativi, legare alla propria orbita altre società. Una di queste è il cantiere navale San Giorgio di Muggiano, nel Golfo di La Spezia, assorbito dall’azienda torinese nel 1905: nasce la Fiat San Giorgio, che ha nella costruzione di torpediniere e sommergibili le sue lavorazioni principali e che produce nello stabilimento torinese motori marini e tubi di lancio. Nel 1916 la Fiat San Giorgio è ceduta alla genovese Ansaldo.

 

2. La Fiat Grandi Motori

Nel 1923 lo stabilimento è riacquistato dalla Fiat che inaugura la sezione Grandi Motori, destinata «alla costruzione di motori diesel per qualsiasi applicazione ed in particolare per uso marino» (2). Tra il 1923 e il 1928 il complesso è al centro di un ampliamento, al quale segue l’acquisto di un edificio a pochi metri dal gruppo di officine di via Cuneo, che porta la Grandi Motori, dove nel 1935 sono occupati 5.000 dipendenti, a svilupparsi su due nuclei ben definiti, per un totale di 115.000 metri quadrati di superficie. Durante la seconda guerra mondiale l’azienda, oggetto delle incursioni alleate, lega il proprio nome a quello della Resistenza: tra i lavoratori dell’azienda, molto attivi nelle agitazioni operaie contro il fascismo e la guerra, agiscono fin dal 1944 le SAP interne allo stabilimento. Terminata la guerra, i primi segnali di ripresa si registrano a partire dal 1948, mente tra il 1951 e il 1954 la fabbrica è al centro di un nuovo ampliamento che consente di aumentare le capacità produttive. Un periodo coincidente con un incremento delle commesse portando l’azienda, che nei primi anni Sessanta impiega circa 4.000 addetti, allo splendore di un tempo. Nell’ottobre del 1966, Fiat e Iri siglano un accordo per la creazione a Trieste della Società Grandi Motori di Trieste. Il nuovo complesso è inaugurato nel 1971, e assorbe, tra operai, impiegati, tecnici e dirigenti, circa 3.000 dipendenti, molti dei quali provenienti dalla Grandi Motori di Torino, che cessa in questi anni la propria attività.

Presentato da Romano Pisciotti

….CONTINUA A LEGGERE: http://www.museotorino.it/view/s/6d12bee636734833947cc4739e8c51f6

Wärtsilä Italia S.p.A è il più grande produttore di motori diesel del gruppo finlandese Wärtsilä con sede e stabilimento industriale a Trieste, nata con l’acquisizione della Grandi Motori Trieste acquisita completamente dalla Wärtsilä Corporation nel 1997. Lo stabilimento triestino, molto attivo nel settore navale internazionale, produce grandi motori ad uso navale, motori diesel oppure dual fuel diesel/gas naturale, motori per generatori di corrente per centrali elettriche da 5 fino a 500 MW, motori per la propulsione e gruppi elettrogeni.

Lo stabilimento di Trieste si sviluppa su una superficie di circa 530.000 m² dei quali 150.000 sono coperti. Il gruppo Wartsila Italia è costituito, oltre che dallo stabilimento di Trieste, che è la fabbrica di motori navali più grande d’Europa, anche dalla rete del service con sedi a Genova, Napoli e Taranto. Nel Gruppo sono attualmente occupati circa 1.500 dipendenti.

FRANCESCO

Mia nonna mi rimproverava di “avere fastidio” del fumo delle candele: alludeva alla mia poca fede.

Di Francesco Papa non condivido la sua idea d’essere più Francesco che Papa…naturalmente a mio avviso. Vorrei, comunque, commentare l’ultimo gesto pubblico di Francesco (…il Papa): la sua uscita a sorpresa dal Vaticano e il suo breve pellegrinaggio romano.

Naturalmente la sorpresa è stata per noi, credo che la passeggiata sia stata almeno concordata con qualche autorità capitolina…comunque sia, il gesto del Papa mi ha colpito, sperando, però, che non diventi un invito a ignorare le regole, affollando le chiese in questo particolare momento.

Bergoglio è zoppicante e ha la sua età, vederlo appiedato per le strade deserte di Roma, è stata una scena persino un po’ surreale: un pellegrino, vestito di bianco, sofferente, in visita ai luoghi sacri per una preghiera e un omaggio floreale alla Madonna; questo avrà fatto bene ai credenti e un po’ a tutti, non solo ai romani: la veste bianca spiccava, come il colore dei fiori, in quella scena grigia di una città chiusa per contrastare un male invisibile.

Cantare sui balconi per esorcizzare la nuova peste ci ha fatto bene, ma la chiassata ci ha messo solo un po’ d’allegria e ci ha, forse, rincuorati. Battere le mani a tutto il personale, non solo medico, che si sta prodigando in questo difficile momento, è stato sicuramente un gesto incoraggiante per tutti loro ma quell’uomo dalla veste bianca, così indiscutibilmente potente e protetto, fattosi semplice e silenzioso pellegrino per Roma, ci deve far riflettere.

Quell’uomo in preghiera ci riporta, se cattolici, alla fede…se uomini di sentimento, ci dovrebbe far meditare sulla fragilità della nostra dimensione.

Non m’importa chi stesse pregando Francesco, la sua presenza solitaria sotto le volte severe di quel tempio, ha mosso i cuori, sicuramente il mio. Il gesto del Papa ha mosso il pensiero e, come Francesco (… il Santo), siamo rimasti nudi davanti alla potenza di Dio o, quantomeno, scoperti davanti alla nostra fragilità, ignoranza e presunzione. Ci siamo creduti più potenti della Natura: ci siamo ingrassati nutrendoci di algoritmi, finanza, grattaceli di Babele, missili interspaziali ed effetti speciali, ma è bastato un virus invisibile per far tremare il mondo.

Un uomo prega in silenzio, un uomo chiede pietà… ma noi dovremmo vergognarci per quei morenti isolati dall’affetto dei loro cari, noi dovremmo vergognarci per le lamentele di non poter partecipare al rito dell’aperitivo, noi dovremmo vergognarci per il “calcolo del rischio” o il “calcolo della convenienza” che ci ha portato a esorcizzare le catastrofi per chiudere ospedali non economicamente produttivi….e a rimanere senza banalissime mascherine per averne delocalizzata la produzione. Forse abbiamo delocalizzato l’anima e il cervello!

Come abbiamo bisogno di presidi medici per il corpo, forse Francesco ci sta ricordando che abbiamo bisogno di presidi anche per lo spirito. Non credo che le preghiere o i miracoli potranno fermare il virus, ma fermiamoci, noi, a meditare sull’ingordigia umana e sulla nostra fragilità… possiamo farlo in questo periodo di sosta forzata.

 

Romano Pisciotti

 

Ci perdoneremo i morti e le bugie ?

Probabilmente ci perdoneremo gli errori, i morti e le bugie.

Forse continueremo a giocare con la finanza e con la sopravvivenza dell’umanità: la globalizzazione ha vinto e neppure l’esercito dei morti di una pandemia riuscirà a fermare questa follia.

Non credo che i confini avrebbero fermato il virus, nel secolo scorso la “spagnola” si diffuse a livello globale, oggi, la mancanza di confini ha solo aumentato la velocità di diffusione del COVID-19. La moderna medicina, con un po’ più di tempo, per l’effetto del rallentamento dovuto al controllo dei confini, avrebbe potuto trovare un rimedio prima della diffusione totale…ma questo non è certo.

Certo è che la globalizzazione ha concentrato produzioni a grandi volumi in pochi Stati, anzi…uno solo: la Cina.

Quello che abbiamo capito è che abbiamo chiuso tante fabbriche, troppe, bruciato migliaia di posti di lavoro per creare monopoli globali. Per assurdo, il maggior produttore delle mascherine, tanto ricercate in questi giorni, è proprio la Cina: la mascherina è un prodotto “banale” a basso valore economico…quanto valesse la spesa di produrle a casa nostra lo stiamo vedendo in questi giorni.

La ricerca del costo sempre più basso, basata sulla concentrazione dei volumi in paesi a basso costo di manodopera, ha distrutto, prima, il tessuto economico di paesi sviluppati… il costo di tutto il “low cost” globalizzato lo stiamo pagando in termini di disoccupati, e poi ha distrutto il tessuto sociale, modificando abitudini, valori e il senso di appartenenza ad un’area, ad un popolo.

Alla finanza serve uno standard mondiale, non solo di prodotti, ma anche di consumatori.

Non solo mascherine ma automobili, telefonini o i semplici bulloni: abbiamo creato un gigante economico e questa globalizzazione “pacifista” ha creato una delle prossime ragioni di conflitto internazionale.

Oltre a portarci in casa il coronavirus, sicuramente ci siamo “presi” il cambiamento climatico: il “low cost” ha bruciato carbone e ha inquinato come un’enorme locomotiva; calderone non solo cinese, poiché India e altri paesi si sono sviluppati, per rispondere alla fame di crescita globale, bruciando il pianeta…così che la responsabilità di questo disastro non è tutta dei nuovi imperi rampanti.

La crescita continua serve alle borse, la ragione serve all’umanità…paesi ricchi e colti si stanno impoverendo in cultura, potere d’acquisto e…sogni. Corpi senza difese: non credo che “dopo sarà meglio”…se ci perdoneremo tutto!

Romano Pisciotti