Il vecchio leone

Prof Sola Adeyeye:

The old Lion can’t hunt, can’t kill or defend itself. It roams and roars until it runs out of luck. It will be cornered by the hyenas, nibbled at and eaten alive by them. They won’t even let it die before it is dismembered.

Life is short. Power is ephemeral. I have seen it in lions. I have seen it in old people. Everyone who lives long enough will become very vulnerable at some point. Therefore, let us be humble. Help the sick, the weak, the vulnerable and most importantly never forget that we will leave the stage one day.                                  

Il vecchio Leone non può cacciare, non può uccidersi o difendersi. Vaga e ruggisce fino a quando non esaurisce la fortuna. Sarà messo all’angolo dalle iene, rosicchiato e mangiato vivo da loro, il vecchio leone non può cacciare, non può uccidere o difendersi.  Vaga e ruggisce finché non finisce la fortuna.  Sarà messo alle strette dalle iene: rosicchiato e mangiato vivo da loro, non lo lasceranno nemmeno morire prima che venga smembrato.

La vita è breve. Il potere è effimero. L’ho visto nei leoni. L’ho visto negli anziani. Tutti coloro che vivono abbastanza a lungo diventeranno molto vulnerabili ad un certo punto, perciò dobbiamo essere umili.

Aiuta i malati, i deboli, i vulnerabili e, soprattutto, non dimenticare mai che un giorno lasceremo il palcoscenico.

Romano Pisciotti: LIKE

DOPO 20 ANNI DI GUERRA

Oltre mille soldati dell’esercito afghano sono fuggiti nel vicino Tagikistan per mettersi in salvo dopo uno scontro armato con i talebani nel nord. Il Comitato per la sicurezza nazionale di Dushanbe ha fatto sapere che “1.037” soldati delle forze armate governative afghane hanno varcato il confine “per salvare le loro vite” dopo combattimenti notturni con i talebani, che hanno intensificato la loro offensiva nel nord e nel resto dell’Afghanistan contestualmente al ritiro delle truppe americane e straniere dopo 20 anni di guerra.

Decine di membri delle forze speciali afghane che avevano dichiarato la resa sono stati giustiziati a sangue freddo dai talebani al grido di ‘Allahu Akhbar’. E’ quanto mostrano alcuni video ottenuti dalla Cnn in merito ad un sanguinoso episodio di omicidi sommari che sono avvenuti il ;;16 giugno nella città di Dawlat Abad, vicino al confine con il Turkmenistan.

In un video risuonano le parole “arrendetevi”, e diversi uomini emergono da un edificio, disarmati. I talebani però sparano lo stesso e almeno una dozzina di uomini rimane uccisa. La Croce Rossa ha poi confermato che sono stati recuperati i corpi di 22 soldati. (ANSA).

Da Notizie ANSA

Romano Pisciotti: Dopo vent’anni di “democrazia” americana!

NOTTI D’ARGENTO

NOTTI D’ARGENTO

(di Romano Pisciotti)

Il mare non restituisce 

tutti i ricordi,

i morti e i sogni

rimangono 

sul fondo dell’immenso

come relitti condannati

sotto il rombo dell’onda

a naufragi eterni.

Nelle notti d’argento

tornano a navigare,

per vivi e morti,

nostalgia e paure

poi, i cannoni

cancellano i volti.

Il dolce garbino

accarezza le lacrime

muovendo verso casa

le vele rimaste vive.

Romano 

BIG TECH ANTITRUST

Google’s (GOOG, GOOGL) app store, Google Play, became the latest target of Big Tech antitrust regulators in a federal lawsuit filed by dozens of attorneys general led by the state of Utah.

The case, brought in U.S. District Court for the Northern District of California, is one of dozens of lawsuits that Google’s parent company Alphabet is facing in a wave of actions around the globe challenging tiers of its dominant markets.

In the complaint, the states accuse Google of illegally operating monopolies in the market for Android app distribution by imposing technical barriers that prevent third parties from distributing apps outside the Play Store. According to the complaint, Google controls 99% of the “licensable” market.

“Android is the only viable operating system available to license by mobile device manufacturers that market and sell their devices to U.S. consumers,” the lawsuit states, noting a distinction Google has from its competitor Apple (AAPL) that is also facing antitrust scrutiny over its App Store.

The suit added: “The barriers to entry in the licensable mobile operating system market are high, and even highly resourced entrants, such as Microsoft (MSFT) and Amazon (AMZN) have failed.”

To stifle competition, the states allege, Google uses contracts to prevent original equipment manufacturers (OEMs) from circumventing the technical barriers, and to block competing app stores from distribution on the Play Store.

 

Presented by Romano Pisciotti

GEOPOLITICA E AZIENDE

Le chiavi di lettura puramente economico-finanziarie non sono più sufficienti a navigare la complessità internazionale. La Scuola di Limes fornisce consulenze su misura per le imprese che proiettano se stesse e il paese in un mondo sempre più competitivo.

PRESENTATO DA ROMANO PISCIOTTI

LA FOLLIA DELLA GLOBALIZZAZIONE

LUCA BASTIANELLI:

Una confettura di pere, coltivate in Argentina, confezionate in Tailandia e vendute negli Stati Uniti. Se non capite che la vera rivolta ecologica è una lotta seria e profonda alla follia della globalizzazione delle merci, non mi rompete le scatole con le auto elettriche e i piatti in cellulosa!

Romano Pisciotti, LIKE

LA BANDIERA IN GINOCCHIO

LA BANDIERA IN GINOCCHIO

(di Paolo Palumbo) 06/07/21
Pare strano vedere, in questi giorni, la bandiera italiana sventolare fuori dai bar, sui balconi oppure penzolare da qualche finestra di appartamento. Pare un’anomalia, ma ha un suo specifico richiamo: il calcio.

Ovviamente, in un paese dibattuto se inginocchiarsi o meno per una questione sulla quale non servirebbero gesti eclatanti, ma solo cultura e buon senso, la partita di pallone resta uno dei pochi eventi in cui il popolo italiano interpreta ancora con positività i colori della propria bandiera. In questa baraonda di entusiasmo, provocato dagli undici di mister Mancini, anche il mondo politico è in attesa di premiare i suoi eroi in calzoncini corti: qualsiasi sia il risultato, bene inteso.

Però esiste un mondo, meno affollato, dove la bandiera tricolore cadenza i ritmi della giornata: dal mattino in cui viene issata su un pennone sulle note dell’Inno nazionale, fino alla sera quando viene ammainata di fronte ad un picchetto tutt’altro che inginocchiato, bensì sull’attenti in segno di rispetto.

Si parla del mondo militare dove, storicamente, la bandiera ha un valore assoluto, sopra ogni cosa; se poi parliamo della bandiera di guerra di un reggimento, allora per essa si può anche morire.

Nelle guerre del passato, conquistare lo stendardo di un reparto avversario, equivaleva ad una vittoria senza precedenti, come del resto impedire che la stessa venisse catturata era questione di vita o di morte.

Lo stesso valore assume la bandiera di guerra quando viene portata in un “teatro operativo”, quasi a proteggere moralmente i soldati che la rappresentano. Così è stato per tutti i reparti italiani che si sono avvicendati in Afghanistan per vent’anni; impegnati in una missione che sembra già cotta e pronta ad entrare in quell’universo di oblio che ricorda tanto scenari già vissuti nei secoli scorsi.

L’Afghanistan, una guerra inconcludente, che però ha mietuto migliaia di vittime tra i civili e soldati di ISAF e Resolute Support. Tra questi anche molti italiani.

Ora, che si voglia o meno parlare della valenza politica di un conflitto secolare dove i centri di potere contrapposti non hanno mai appreso nulla, può anche andare bene. Tuttavia è sacrosanto ricordare che le pedine di questi bizzarri giochi politici sono sempre loro, i soldati, e per questo vanno rispettati a prescindere dall’ideologia scaturita da un conflitto.

Sicuramente il rientro dei soldati italiani dalla missione Afghanistan meritava più rispetto e il fatto che nessuna autorità politica si sia presentata ad accogliere il rientro della bandiera di guerra del 186° reggimento paracadutisti è un fatto davvero vergognoso, indegno e come sempre rivelante una mancanza, ormai cronica, di identità nazionale.

Non si tratta di celebrare o glorificare qualcuno o qualcosa i cui simboli possono essere più o meno condivisi (per carità, ognuno è libero di identificarsi con il tipo di nazione a cui si sente più affine), ma solo di rispettare chi ha fatto qualcosa per il proprio paese in un ambito dove nessun risultato è scevro dalla parola “sacrificio”.

Siamo di fronte ad una classe politica amalgamata e conforme ad un perbenismo e politicamente corretto, il cui potere stravolge la realtà e la rimodella secondo canoni prestabiliti da altri.

Percepiamo, da molto tempo, un mondo militare, quello italiano, che si sta affievolendo come una candela consumata dal vento e dove a rimanere in piedi sono sempre loro: i soldati.

Lo so, molti obietteranno come tra gli stessi militari, forse, non tutti abbiano bene in mente quale sia il vero significato della bandiera di guerra. Sono gli stessi detrattori che descrivono i soldati come semplici impiegati che al mattino timbrano la loro presenza in ufficio. Per l’amor del cielo, sicuramente in mezzo alla massa di stellette c’è chi la vede così, interpretando uno dei lavori più onorifici e onerosi del mondo, come un semplice impiego utile a raggiungere ad una pensione sicura. Può darsi che, un caporale, un sergente o un colonnello possano permettersi un pensiero simile (anche se ho forti dubbi sul fatto che lo facciano), ma non devono farlo i rappresentanti del governo, vale a dire gli stessi omuncoli in giacca e cravatta che hanno deciso come, dove e quando mandare i nostri soldati ad assecondare la loro politica asservita ai voleri del più muscoloso (asservimento è ormai una termine dominante nella politica estera italiana).

È questa la vera vergogna: una classe politica che, con la sua assenza, rinnega i suoi soldati al rientro da una missione voluta proprio da loro.

Sembra davvero inutile spendere parole per qualcuno che resta insensibile davanti ad un significato troppo profondo per essere capito. Vedremo, quando il circo calcistico concluderà le sue esibizioni, quanti saranno i politici affannati ad accogliere i valorosi azzurri al loro rientro in patria. Per carità, lo meriteranno sicuramente, tuttavia è sempre una questione di priorità, di scala dei valori; di saper interpretare, in modo più attento e coerente, quale sia il significato di “nazione”.

Credetemi, c’è una bella differenza tra rappresentare il tricolore su un campo di calcio o difenderlo in una FOB afghana.

 

ROMANO PISCIOTTI LIKE !!!

Con i piedi sull’acciaio

Con i piedi sull’acciaio

(di Romano Pisciotti)

Il ritmo sommesso

di motori ghiotti

di miglia e nafta

ha accompagnato

le più belle navi

che hanno creato

un mito sugli oceani.

Sogni, passioni e sudore

sono svaporati

dalle austere ciminiere

che hanno portato

la nostra bandiera

e il nostro stile

sulle rotte del sole

come nei mari tempestosi.

Fortune e sventure

già nella storia

e nel cuore di chi

ha vissuto l’emozione

di guardare

la terra dal mare

stando con i piedi

sull’acciaio.

Un mondo diverso

ha affondato l’epoca

delle navi di linea,

un mondo che corre

troppo veloce

per avere ricordi.

Orgoglioso

di aver vissuto

l’emozione del mondo

degli ultimi cavalieri.

LA PAGNOTTA GRASSA

La verità

è sempre sul fondo

di un pozzo di liquami,

coperta da bugie

e gongolanti falsi trionfi,

annegata tra interessi

e buio dell’ovvio.

Uomini boriosi vivono

in groppa a giudici nani

regnando sulla beata ignoranza,

sull’avidità di pecore grasse,

che difendono il pascolo,

e sulle pecore magre

che tremano

del freddo della paura.

Non verrà giustizia,

nessuna giusta sentenza

alla corte del tiranno

o nel caldo letto

della democrazia.

Gli uomini dormono

all’ombra di facili certezze:

si troveranno colpevoli

appagando il popolo di Pilato,

si ordiranno vendette

per placare le piazze

e si massacreranno fanti

per difendere

l’impero della pagnotta grassa.

Romano Pisciotti