Google loses challenge against EU

Google loses challenge against EU antitrust decision, other probes loom

By Foo Yun Chee

Google suffered one of its biggest setbacks on Wednesday when a top European court upheld a ruling that it broke competition rules and fined it a record 4.1 billion euros, in a move that may encourage other regulators to ratchet up pressure on the U.S. giant.

The unit of U.S. tech giant Alphabet (GOOGL.O) had challenged an EU antitrust ruling, but the decision was broadly upheld by Europe’s General Court, with the fine trimmed modestly to 4.125 billion euros ($4.13 billion) from 4.34 billion euros.

https://www.reuters.com/technology/eu-courts-wed-ruling-record-44-bln-google-fine-may-set-precedent-2022-09-14/

Presented by Romano Pisciotti

HA PERSO IL POPOLO EUROPEO

Hanno vinto tutti, Pechino e Washington, ma anche Mosca e Nuova Delhi….

In fondo ha perso SOLO l’Europa dell’eurosoviet, degli euroburocrati… un continente senza Politica, quella che conta (quella con la P maiuscola) che è poi solo la Politica Strategica….

Ha perso il popolo europeo che pensava che si potesse mangiare con le cose fighette come il delirio green, con le “battaglie” da operetta su tutte le amenità possibili, e stampando montagne di carta straccia insomma “whathever it takes”, qualsiasi cosa tranne che LAVORARE… quel popolo europeo che ha creduto che la serietà fossero cose come l’idiozia di usare (he, him) (she, her)…

Purtroppo, invece, si mangia solo con il lavoro, trasformando energia e materia…. e la serietà non sta nei titoli, bensì nei risultati e quelli della classe dirigente del vecchio continente non sono da retrocessione, bensì da fallimento…

di Aurelio Pagani

Romano Pisciotti:   la sconfitta europea

NON SOLO OCCIDENTE

di Cristiano Donelli

NON È CHE AL MONDO ESISTERÀ SOLO L’OCCIDENTE, È BENE SAPERLO.
Il rafforzamento dell’unione strategica dei BRICS, i Paesi che per varie caratteristiche loro peculiari si sono coalizzati per tentare di guidare a loro favore gli scenari futuri, è stato favorito dalla situazione odierna di guerra e sanzioni economiche in risposta a tali eventi.
Sembra scontato che tutti sappiano che l’Occidente, che si riconosce nell’Unione Europea per alcuni e nella NATO per un altro perimetro, sia una delle parti del mondo e non si può pensare di fare credere che la visione che abbiamo noi sia l’unica presente, pur che pensiamo sia quella che ci piace di più.
La tendenza che va per la maggiore alle nostre latitudini è quella di parlarne il meno possibile, come sempre nei temi dove maggiore consapevolezza servirebbe, e se capita che serva riportarne notizie allora si afferma che alla fine questi paesi BRICS sono deludenti rispetto alle aspettative, marginali, perdenti nella competizione globale.
Questa credenza fallace e fuorviante è stata veicolata soprattutto in 2 momenti recenti, quando si è votata in aprile la risoluzione per denunciare l’attacco russo al territorio ucraino nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite in cui questi Paesi si sono astenuti o opposti al testo, poi quando si sono riuniti per il loro 14esimo incontro per definire un piano di azione urgente che vede l’obiettivo dell’affrancamento dal dollaro come valuta di riferimento per i loro scambi.
Stiamo parlando di un quarto del PIL globale e del 40% delle persone che popolano questa Terra, dire che sono ininfluenti è azzardato, così come è folle arrivare ad uno scontro tale per cui si limitino fortemente gli interscambi con questo blocco di Paesi.
Come modello di Stato e gestione della democrazia nei BRICS (e loro amici) siamo lontani dal nostro ideale, però qual è la soluzione per affrontare la situazione?
La prima potrebbe essere riconoscere la loro diversità, collaborare con essi dove possibile senza andare a sindacare a casa loro e operare per una cooperazione che mantenga lo scenario globale in equilibrio.
Questa però pare non piacere e si preferisce, senza dichiararlo con trasparenza e onestà intellettuale, la seconda possibilità, quella di contrapporsi, cercare di isolare, creare un solco netto e agire con il metodo vecchio come il mondo e lontano dalle ambizioni dell’umanità moderna: deterrenza, minacce, armi.
Intanto chi stringe le mani alla Russia da tempo e ambisce ardentemente ad entrare nei BRICS è l’Algeria, di cui i “migliori” si esaltavano che fosse diventata il nostro primo fornitore energetico superando la Russia.
Questa attrattività verso l’altra parte della barricata vale per la maggior parte dell’Africa e dell’Asia, quindi a lungo termine non so quanto ci convenga rafforzare la logica dei blocchi contrapposti come a Washington hanno deciso di farci bere di nuovo.

presentato da Romano Pisciotti

SUICIDARSI CON IL GAS

 

GNL dagli Usa? per l’Italia l’operazione più stupida che si possa fare

 

Una nave gasiera di ultima generazione può trasportare fino a 200.000 metri cubi di gas liquefatto.

 

Nel processo di liquefazione il volume del gas viene ridotto di circa 600 volte.

Per farlo si porta il gas a -160 gradi centigradi, temperatura che dovrà essere mantenuta durante tutto il trasporto.

Una volta arrivato a destinazione il GNL dovrà essere rigassificato riportandolo gradualmente alla temperatura ambiente.

Il processo di liquefazione e rigassificazione richiede un’energia pari a circa il 30% della resa in combustione del gas, quindi il GNL parte già fortemente penalizzato in competitività, se poi aggiungiamo i costi di trasporto, é evidente che con questa soluzione avremo bollette molto più care.

A parte tutto ció va poi considerato l’aspetto ecologico.

Gli USA hanno promesso alla UE 15 miliardi di metri cubi di gas l’anno che rappresentano meno del 20% del solo fabbisogno italiano.

15 miliardi di metri cubi di gas, una volta liquefatti, si trasportano mediamente con 125 gasiere.

Una nave impiega circa 20 giorni per attraversare l’atlantico e raggiungere l’Italia dagli USA.

Altri 20 giorni servono per il percorso inverso, (più almeno 2 giorni per le operazioni di carico e scarico).
Per il tragitto attraverso l’Atlantico la nave brucia circa 4000 chili di gasolio marittimo ogni ora, 96.000 chili al giorno, che per 40 giorni del viaggio di andata e ritorno dagli USA fanno quasi 4000 tonnellate.
Moltiplicate per 125 viaggi sono mezzo milione di tonnellate di gasolio bruciato in un anno, per trasportare il gas in Europa, con tutte le emissioni nocive del caso.
Ma non é tutto.

Negli USA non ci sono sacche di gas naturale come quelle siberiane (o se esistono, sono in via di esaurimento).

Il gas americano é quasi tutto “di scisto” o shale gas.

Si tratta di gas intrappolato in rocce sedimentarie argillose.

L’estrazione di questo gas avviene con un processo denominato Fracking.

Sottoterra si trivellano pozzi orizzontali, lunghi anche diversi kilometri, nei quali vengono fatte brillare cariche esplosive. Poi vi si inietta acqua ad alta pressione, mescolata a sabbia e additivi chimici.

Questo permette di frantumare le rocce argillose, da cui possono così liberarsi il petrolio o il gas, che salgono in superficie attraverso il pozzo.

Il territorio e l’ambiente ne escono devastati.

I problemi collaterali di questo genere di estrazioni, infatti, sono gravissimi. 

L’impossibilità di assicurare la perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi, causa l’irrimediabile inquinamento delle falde acquifere, che si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre, ca ricordato che il metano è un potente gas serra e una parte di quello estratto si libera nell’atmosfera.

Ogni pozzo occupa in media 3,6 ettari di territorio e richiede enormi quantità di acqua (da 10 a 30 milioni di litri), e di sabbia.

La sabbia deve essere estratta, raffinata, caricata e trasportata su treni (100 carri ferroviari per ogni pozzo), accumulata in depositi e infine trasportata con automezzi fino al punto di utilizzo.

Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere smaltita come rifiuto nocivo, in quanto contaminata.

L’unica soluzione praticabile è trasportarla con autobotti in altre zone, dove viene stivata nel sottosuolo, con ulteriore inquinanento.

Tutta questa attività inoltre, stimola faglie sismiche sotterranee e induce terremoti.

Nel 2007 in Oklahoma c’era stato un solo terremoto, mentre nel 2015 ve ne sono stati oltre 900; per la maggior parte sono stati lievi, ma alcuni hanno provocato molti danni.

In pratica, una zona virtualmente non sismica è stata trasformata in pochi anni nel territorio più sismico degli Stati Uniti, proprio a causa dello smaltimento dei liquidi usati per l’estrazione di idrocarburi di scisto nelle profondità del sottosuolo.

Intendiamoci, anche i russi e gli azeri hanno devastato il mar Caspio per l’estrazione del petrolio, ma importare gas dagli USA é l’operazione ecologicamente più stupida che si possa fare.

Va detto che la maggior parte delle imprese di shale oil e shale gas degli USA erano a rischio di fallimento a causa dei bassi prezzi di mercato. In particolare le società più puccole non riuscivano ad essere competitive con le estrazioni tradizionali, proprio per gli altissimi costi del fracking. Ora la guerra le ha “Miracolosamente” rivitalizzate tutte.

di V. Vaia

PRESENTATO DA ROMANO PISCIOTTI

Azienda & Impresa

Beautiful people are not born out of nothing.

Elisabeth Kübler-Ross, Swiss psychiatrist, one day said “the most beautiful people I have met are those who have known failure, suffering, struggle, loss, and have found a way out of the darkest darkness. These people have a value, a sensitivity and an understanding of life that fills them with compassion, humility and a deep, loving restlessness. Beautiful people are not born out of nothing. “


Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra svizzera, un giorno disse “le persone più belle che ho incontrato sono quelle che hanno conosciuto il fallimento, la sofferenza, la lotta, la perdita, e hanno trovato il modo di uscire dalle tenebre più oscure. Queste persone hanno un valore, una sensibilità e una comprensione della vita che le riempie di compassione, umiltà e di una profonda inquietudine amorosa. Le persone belle non nascono dal niente.”

 

Romano Pisciotti: 

PETROLIO A 380 DOLLARI

JP Morgan: petrolio previsto a 380 dollari al barile

”Le nazioni del Gruppo dei Sette stanno mettendo a punto un complicato meccanismo per limitare il prezzo raggiunto dal petrolio russo nel tentativo di stringere le viti sulla macchina da guerra di Vladimir Putin in Ucraina. Ma data la solida posizione fiscale di Mosca, la nazione può permettersi di ridurre la produzione giornaliera di greggio di 5 milioni di barili senza danneggiare eccessivamente l’economia, hanno scritto gli analisti di JP Morgan, tra cui Natasha Kaneva, in una nota ai clienti.

Per gran parte del resto del mondo, tuttavia, i risultati potrebbero essere disastrosi. Un taglio di 3 milioni di barili alle forniture giornaliere spingerebbe i prezzi del greggio di riferimento a Londra a 190 dollari, mentre lo scenario peggiore di 5 milioni potrebbe significare greggio “stratosferico” a 380 dollari, hanno scritto gli analisti.

Il rischio più ovvio e probabile con un limite di prezzo è che la Russia possa scegliere di non partecipare e invece reagire riducendo le esportazioni”, hanno scritto gli analisti. “È probabile che il governo possa vendicarsi tagliando la produzione come un modo per infliggere dolore all’Occidente. La rigidità del mercato petrolifero globale è dalla parte della Russia”

Quello che avete appena letto è un estratto dell’articolo di Bloomberg che riporta la notizia choc: il prezzo del petrolio quindi potrebbe raggiungere la “stratosferica”  soglia dei​​ 380 al barile se le sanzioni statunitensi ed europee spingessero la Russia a infliggere tagli di rappresaglia alla produzione di greggio. L’avvertimento, il grido d’allarme lanciato dagli analisti di JPMorgan dovrebbe mettere tutti in riga.

presentato da Romano Pisciotti

https://www.wallstreetitalia.com/lo-schiaffo-di-jp-morgan-petrolio-previsto-a-380-dollari-al-barile-insostenibile/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=lo-schiaffo-di-jp-morgan-petrolio-previsto-a-380-dollari-al-barile-insostenibile&utm_expid=e806349b0a4814bded1b5179c3dbdc54cbdcffa9ec3cc0cf4943c6f57c82f58d

presentato da Romano Pisciott

Passato…presente

L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l’ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l’occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.


Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimoquarto del nostro pontificato.

 LEONE PP. XIII

RERUM NOVARUM
LETTERA ENCICLICA DI
S.S. LEONE XIII

Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

(Presentata da Romano Pisciotti)

 

CODICE INVERSO

Abitando nella periferia milanese, i miei sogni passavano anche dalla piccola stazione della Bovisa. Accompagnato dalla nonna o da papà, la stazioncina era, spesso, la meta delle mie passeggiate di bimbo del secolo passato.

La stazione era ben diversa da come la si può vedere oggi: oltre alla ovvia funzione, era un punto di ritrovo con tanto di bar per gli affezionati del tressette e della spuma al ginger…che mai avrebbero comprato un biglietto di viaggio, né sembravano interessati  al transito dei treni, però mostravano rispettosa familiarità verso l’impeccabile Capostazione e goliardico scherno al bigliettaio che, come un cucù, si sporgeva dalla feritoia del suo ufficio per partecipare alla conversazione.

In primavera un bel glicine in fiore colorava e ombreggiava i tavoli del giardino, addolcendo l’atmosfera di quell’isola ferroviaria. L’estate era comunque la stagione migliore, quando il triciclo del gelataio sostava permanentemente in zona. 

Attendevo lo scampanellare che segnalava l’arrivo del treno e l’abbassamento delle sbarre per le poche auto e i frettolosi pedoni…questi ultimi, sempre indisciplinati, come i tanti ciclisti, aspettavano il rimprovero del Capostazione prima d’arrestarsi.

Lo scampanellio, provenendo da una delle due campanelle a muro, segnalava la direzione da o per Milano…lo sguardo era già nel verso corretto, mentre la mia mano era, obbligatoriamente, ben stretta da quella del papà…anche la sempre accondiscendente nonna, su questo, era intransigente; quando era la mamma ad accompagnarmi avrebbe usato anche il guinzaglio!

Poco interessanti gli “accelerati” che, contrariamente alla definizione, si fermavano anche alla Bovisa, mentre il battito del mio cuore aumentava al fischio insistente dei treni che sfrecciavano, quasi spocchiosi, senza degnare il Capostazione che, impassibile, sventolava la bandiera verde.

Il meglio arrivava con i treni merci, specialmente se “tirati” da due locomotive…annunciando un lunghissimo e lento passaggio di vagoni…penso d’aver imparato a contare seguendo quella variegata processione di carri, ricordando il record raggiunto da un treno sull’altro.

Il treno passava portandosi i mie sogni di viaggi infiniti; non mi era ancora chiara la geografia, né l’estensione della rete ferroviaria e neppure il significato di “lontano”, ma il fascino di quel ritmato incedere di decine e decine di vagoni che lentamente mi sfilavano davanti, m’imbambolava e mi emozionava…”tu dum…tu…dum”…quelle enormi ruote metalliche sembravano segnare i chilometri suonando ogni giunzione delle rotaie; quel ritmo potevo sentirlo nella testa anche quando non potevo più vedere il lampeggiante rosso dell’ultimo carro.

La vita ha superato il sogno e di viaggi per il mondo ne ho fatti tanti, oltre ad ogni linea ferroviaria, quasi oltre ogni limite: ho navigato per anni, su navi d’ogni tipo e per le rotte più diverse! In quegli anni ho viaggiato verso orizzonti lontani, vivendo tante emozioni e una buona dose di adrenalina, ma ho sempre amato i momenti di solitudine, appoggiato al parapetto di poppa, quasi rapito, a guardare la lunga scia della nave: “Splendida bianca” nell’assolato mare o “Scintillante spumosa” nella notte buia…era come rovesciare il mondo e il tempo, ero su quel binario in mare, mentre mi allontanavo da quel bimbo che viveva l’emozione di un viaggio che ancora doveva compiere.

 

Romano Pisciotti

 

GUERRA O GAS?

Oggi, sembriamo aver scoperto la guerra, come se le decine di conflitti sanguinosi che hanno accompagnato la generazione del boom economico, o le morti e le distruzioni che anche la generazione Z ha visto, non ci avessero mai toccato.

La minaccia nucleare è sempre stata presente, dovremmo rinfrescarci la memoria andando a leggere i giornali, non i documenti segreti, degli ultimi sessant’anni. Forse, a un certo punto, abbiamo pensato che gli ordigni atomici fossero solo materiali per la cinematografia. Abbiamo confuso la globalizzazione con la pace, ignorando che il libero mercato è solo una questione finanziaria ed economica…peccato che non tutti si approvvigionino allo stesso bancomat e non tutti siano vassalli dello stesso impero: lo scontro era inevitabile e non completamente inaspettato, almeno per chi governa le sorti del mondo.

La guerra è tornata, anzi, non ci ha mai abbandonato! Questo conflitto che ci affligge, simultaneo a molti altri che sono stati ignorati, ha di diverso il nostro impegno aperto con quello dei nostri alleati: non abbiamo mandato il solito drappello di soldati in qualche punto quasi sconosciuto del Pianeta, ma ci siamo schierati come mai era successo nella storia recente, ovviamente senza combattere, per ora, ma rischiando di mandare a combattere tutto l’esercito, richiamati inclusi.

Non è la prima volta che scrivo di mia nonna Martina, una donna eccezionale che ha diviso con me un lungo percorso di vita…è scomparsa nel 2000, quasi centenaria.
Lei ha vissuto la prima guerra mondiale, la seconda, la guerra fredda e il crollo del muro di Berlino…spesso le sue battute, in dialetto meneghino, hanno dimostrato la sua fibra da caporalmaggiore e sono state piccoli esempi di filosofia popolare, anche per questo la ricordo spesso.

La minaccia nucleare esisteva ed esiste…da ragazzo ne ero preoccupato, come lo eravamo tutti, esattamente come lo siamo ora.

…Stavo pranzando a casa della nonna quando al telegiornale, quello ancora in bianco e nero, l’ingessato lettore delle notizie iniziò a parlare di tensioni tra i due blocchi…oggi la televisione è a colori, ma non sono cambiate le notizie. Nonna mi trattava come un ometto e commentammo insieme quelle notizie. Io dissi, citando l’opinione comune, che un conflitto nucleare avrebbe cancellato l’umanità; la risposta di mia nonna non so dirvi se fugò le mie paure o ne riaccese altre, ma non fui in grado di controbattere, oggi ci sto ripensando e condivido con voi la battuta ( traducendola dal dialetto milanese):

“Durante la Grande Guerra tutti avevano paura dei gas e si pensava che, se i tedeschi ne avessero fatto un uso massiccio, non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Abbiamo superato la prima e la seconda guerra mondiale…e sono ancora qui!”

All’inizio del secolo scorso, nell’immaginario della gente, i micidiali gas costituivano l’arma atroce e definitiva…abbiamo, poi, conosciuto la potenza distruttiva dell’uso criminale dell’atomo: per noi, oggi, la bomba atomica è l’arma definitiva.
Forse, la nonna, ne aveva viste talmente tante da pensare che nulla potesse fermare il mondo. Forse il suo ottimismo superava ogni brutalità umana! Nella sua frase, ci vedo oggi, l’impotenza della gente davanti alle decisioni di chi ha il potere e una certa accettazione che la storia si continuerà a replicare in vinti e vincitori, in vittime e sopravvissuti. Possiamo leggere anche una speranza: nella pur diabolica dinamica della guerra, esiste un limite…anche se non si è fatto molto nella storia, come nei giorni nostri, per fermare i conflitti, speriamo che esista ancora un briciolo di coscienza che possa porre un limite.

Rimane però il dubbio se nella Grande Guerra l’Europa non sia stata gassata totalmente solo per mancanza di gas!
Anche oggi, uno dei protagonisti è il gas, ma questa volta speriamo che ce ne sia tanto, per stare tranquilli…e lo stiamo cercando dappertutto.

Purtroppo non posso più chiedere alla nonna la sua opinione, ma ho paura che anche lei capirebbe che la ricerca della certezza energetica potrebbe non essere per far funzionare i condizionatori, ma sia la scusa per prepararci a menar le mani.

Romano PIsciotti

Il viaggio di Ursula e il viaggio dell’Europa

Ci siamo “armati” di diritti civili con tanti altri buoni propositi e…illusioni: “Occorre limitare le importazioni dai paesi autocratici”, peccato che la democrazia faccia difetto in tutto il globo. Limiteremo gli scambi commerciali con la Russia, forse pensando che Arabia Saudita, Cina, India, Brasile, Egitto e tutti i paesi africani siano paradisi di libertà.

Contando le teste, si può ben dire che quasi la metà del mondo si sveglia pensando a come mettere insieme il pranzo con la cena, mentre per una larga parte dell’umanità, il solo pranzo è già un problema. Contando le teste, il fabbisogno di materie prime, grano compreso, è la catena al piede per molto più della metà del mondo! Contando le teste, troppe di loro non conoscono la democrazia e sono più interessate al pane.

Paesi che esportano petrolio devono importare grano e quasi tutti i prodotti alimentari; ci sono paesi che hanno bisogno di petrolio, grano e acqua, riuscendo a coltivare solo la miseria; ci sono paesi che importano quasi tutte le materie prime e hanno bisogno di esportare ciò che producono, per coltivare il loro benessere.
Morale della favola: i flussi commerciali non possono fermarsi, come non si potrà fare un distinguo tra paesi democratici e autocratici.

L’idea di esportare democrazia con i bombardieri, oltre ad essere un tragico controsenso, non può essere una via percorribile.
La globalizzazione ha solo spostato ricchezze e povertà, lasciando quasi invariata la somma, spesso creando solo degli ologrammi di libertà e benessere o innescando appetiti e illusioni…alcune pericolose. Dunque, neppure questa è la via.
Il chiaro fallimento di queste “vie”, voglio sperare che non porti alla terza strada: la guerra mondiale!

Sfidare il potenziale nemico non è un buon sistema per cercare la pace: minacciare o tacere non sono, certo, il modo di porsi, ma sanguinare per sanzioni a doppio taglio e, contemporaneamente, mostrare i muscoli flaccidi, rende ancor più paradossale la politica. Non sono soluzioni, ma espedienti, le armi sottobanco, la minaccia di surreali tribunali. Neppure è intelligente l’alleanza, senza se e senza ma, con chi sta combattendo una guerra a distanza per il predominio imperiale, più che per la libertà dell’Ucraina…forse qualche se o ma dovremmo dirlo.

L’Europa, unita nei dibattiti e ancora troppo divisa negli interessi, non può comunque tacere, non può essere indifferente a una guerra sotto casa, ma scegliere un campo non può portare alla pace, forse, porterà solo al coinvolgimento diretto nella guerra sul terreno e nei cieli che, palesemente, non siamo in grado di combattere: onestamente, aldilà dei pochi militari professionisti, pensiamo veramente di avere armi ed eserciti adeguati? Anche se così fosse, veramente crediamo che la possibile distruzione totale possa essere la soluzione?

Il Pianeta non è piatto, venti e correnti scivolano sulla sua pelle e nelle sue vene, come i prodotti della terra dovrebbero scorrere in base ai bisogni, senza confini e dazi, ma questa visione è l’utopia che ci hanno venduto per mascherare commerci e sistemi finanziari scellerati: la global economy! Ora rischiamo lo scempio finale: la guerra…solo perché le diplomazie non hanno il coraggio di ammettere il fallimento dell’utopia, non vogliono ammettere che da anni, i nostri alleati, stavano armando l’Ucraina e che da anni si stavano usando le aspirazioni, sacrosante, di un popolo per preparare lo scontro tra imperi. Tutti noi non abbiamo il coraggio di ammettere che, anche a casa nostra, i diritti sbandierati sono stati, e sono, troppo spesso lo zucchero per il solo consenso elettorale e, ora, ci vestiamo della bandiera arcobaleno.

Forse, la strada è rispettare il nostro vicino: con il tempo, come nella Vecchia Europa, i diritti cresceranno anche nell’orto del vicino, insieme al benessere… e a un poco di democrazia, di cui nessuno è campione!
Le differenze economiche e politiche si appianano con l’esempio e il progresso: processo lungo ma sicuro. In quanti secoli abbiamo costruito il nostro benessere, tra tempi bui e splendide rinascite? Oggi il mondo corre più veloce e non ci vorranno secoli per altri passi avanti dell’Umanità, ma dobbiamo cominciare, mostrando ciò che abbiamo acquisito, senza mordere nessuno.
Se, veramente, miriamo a una più equa distribuzione del benessere, con lo scambio pacifico dei beni naturali e industriali, non possiamo limitarci ad affrontare i problemi dividendo l’Umanità in buoni e cattivi, in aggressori e aggrediti: lasceremo terreno solo per i lupi.
Pur essendo mostruosamente triste vedere le lacrime di madri, non dimentichiamoci di quante lacrime siamo stati responsabili e quante lacrime abbiamo pianto, dunque, smettiamo la strafottente e boriosa idea d’essere i migliori, o di pensare d’essere con i migliori: troviamo il coraggio di abbandonare il pregiudizio o il ricatto, andiamo a Mosca e a Washington.
Cara signora Ursula, consolare le madri è doveroso, ma affrontare il problema è necessario!…A Kiev non c’è la soluzione.
Se, come credo, l’Europa ha qualche cosa da dire e può fare qualche cosa per il mondo, che lo dica senza belare, che lo faccia senza paura.
Non basta confezionare discorsi pomposi, occorre trattare, dimostrando di aver voglia di farlo, mediare offrendo e chiedendo. Se un buon compromesso deve lasciare tutti, almeno in parte, soddisfatti…l’Europa che cosa è disposta a concedere e a chiedere a entrambi i contendenti?

La partita non si gioca in Ucraina, ma su tutto il continente, forse su tutto il mondo: dovremmo smettere di chiedere a Cina e India da che parte vogliano schierarsi, ci si schiera in guerra ed è quello che vorremmo evitare; dovremmo chiedere, invece, cosa siano pronte a fare per fermare questo scempio e attivare i flussi commerciali di un’economia sostenibile. Naturalmente, dovremo chiederlo, prima che ad altri, a Vladimir e a Joe…e chi è senza peccato, scagli il primo missile nucleare.

Romano Pisciotti